Da tempo parlo delle possibili evoluzioni dei generi che hanno fondato il videogioco come vero e proprio mezzo ludico – i picchiaduro, gli sportivi, i racing. Recentemente, ho avuto modo di provare diversi esponenti del primo segmento e in particolare mi ha colpito Injustice 2, che ha dato dimostrazione di voler cambiare marcia da un punto di vista della contaminazione, un primo passo per non restare sempre se stessi, e soprattutto un “se stessi” oggigiorno assai limitato.

In Injustice 2, una modalità persistente – il Multiverso – offre la possibilità di giocare sfide sempre nuove e fresche, aggiornate con cadenza regolare, e sempre con loot diverso e particolarmente utile nella personalizzazione dei combattenti. Un’idea tutt’altro che inesplorata, qualcosa che gli sparatutto della generazione corrente fanno ormai a menadito e quasi come punto di partenza dato per scontato (Destiny, The Division).

Mentre negli sportivi e nel calcio, ad esempio in FIFA, si sono fatti passi da gigante con modalità pensate appositamente per la monetizzazione lungo il corso di un’intera stagione, i titoli automobilistici sembrano essere rimasti un po’ al palo, interessati a lavorare soltanto sulla propria formula e sulle meccaniche consolidate nel tentativo di trovare la sensazione di guida perfetta. Probabilmente, per paradosso, perché c’è troppa passione per la disciplina.

Forza Motorsport, Gran Turismo – i marchi principali sono rimasti così com’erano quando sono nati, e questo è un problema molto, molto serio. Con Horizon, Microsoft ha tentato la strada dell’open world per ridare verve al marchio Forza, ci è riuscito in parte… ma sentite ancora parlare di Forza Horizon 3? Uscito appena un anno fa? Non credo.

Nei mesi in cui si affaccia un timido barlume di luce in un genere bloccato come i picchiaduro, allora, mi sono detto: non è che per i racing, in una situazione assimilabile, Codemasters, maestra nel genere, avrà affrontato e risolto per il meglio la problematica con Dirt 4? Andiamo a vederlo insieme nelle prime righe di questa recensione (e, di seguito, nella viva voce del sottoscritto e di Valentino Cinefra).

La risposta breve, e brutale, è: no. Dirt 4 è l’esponente di un modo molto classico di fare titoli racing, e soprattutto è un modo abbastanza diretto di tornare ad una formula spensierata dopo l’approccio hardcore dettato dalla comunità di appassionati della serie con Dirt Rally – lanciato, ricorderete, in Accesso Anticipato su Steam, e forgiato dal feedback di chi ci ha messo mouse e tastiera o, meglio, volante.

C’è una scelta, anzitutto: optare per un profilo di guida facile facile, in modo da godersi l’esperienza rallistica in tutta la sua scenografia polverosa, i motori rombanti, il suono sporco, la sfida contro il tempo, e “solo” questo; selezionarne uno più simulativo, con svariati aiuti disattivati, un’intelligenza artificiale più agguerrita e una sensazione meno forte di stare sull’ormai iconico perno dei prodotti Codies.

Da vecchia volpe del genere, naturalmente, mi sono buttato sul profilo simulativo, che in teoria andrebbe di pari passo con la costruzione di un assetto pedissequamente adattato alla competizione in corso, alla cura del mezzo e delle riparazioni apportategli per evitare di sforare col tempo, e via discorrendo. Il problema è che anche in questo caso il tasso di difficoltà non mi è parso adeguato al tipo di esperienza che mi sarei aspettato dopo Dirt Rally, e soprattutto in alcuni momenti l’impressione di stare su un binario è stata sorprendentemente forte.

La semplificazione è che, sì, il profilo più abbordabile ha inevitabilmente contaminato l’altro – cosa che, d’altronde, è sempre successa nella serie. Solo che è più difficile accettarla ora che si era messi tutti le mani sul suddetto, un titolo che ha dato davvero l’idea di una Codemasters interessata a cambiare marcia anche sotto il profilo del gameplay. Ha vinto la logica del torniamo su console, del gioco fresco dell’estate, e non possiamo certo biasimare lo studio inglese perché in fin dei conti Dirt 4 è molto divertente.

dirt 4
Non uno sport per timidi.

La modalità carriera, ad esempio, offre la possibilità di darsi ad alcune sfaccettature prepotentemente manageriali, quali la scelta di uno sponsor e di una livrea, per poter gareggiare con il proprio team, o di una squadra qualora non si volesse perder tempo dietro questi fattori – perlopiù – principalmente estetici. Scelta comunque sconsigliata: vedere il tuo nome sul finestrino posteriore fa sempre un certo effetto.

Dicevamo di una formula piuttosto fresca ed estiva, e infatti Dirt 4 è capace di solleticare il palato dei giocatori di racing più fantasiosi che ci siano in giro. Si passa dalle stradali su asfalto alle dune buggy nel mezzo di polverosi tracciati americani, senza dimenticare pesanti truck e i coreografici bolidi giapponesi. Ce n’è per tutti i gusti e per i desideri di ogni notte, con un occhio di riguardo, per fortuna, per chi foraggia le produzioni Dirt per il ricordo della buonanima di Colin McRae e del suo indimenticabile filotto di giochi ufficiali.

La carriera è discretamente longeva e stuzzica l’appetito in più modi, ma come anticipavo qualche riga fa mantiene un assetto – a proposito, non ho mai sentito il bisogno di ritoccarlo, scendendo in pista, e questo non è certo un punto a favore della simulazione… - oltre il fiume non c’è molto altro. Ci sono sfide e componenti procedurali, certo un inizio, ma non abbastanza da gridare all’evoluzione né allo snaturamento di un franchise che la pagnotta a casa se la porterà sempre e comunque.

Un’ultima menzione per il comparto tecnico. Piuttosto deludente. Codemasters ci ha abituati molto, molto bene la passata generazione ma in questa circostanza, versione testata PS4 Pro, fa una certa fatica a lasciare il segno. Lasciano l’amaro in bocca l’orizzonte visivo molto limitato, qualche incertezza nel frame rate con più auto sullo schermo, la perdita di qualità già a pochi metri dal rettangolo della vettura con scalettature non presenti in quantità massicce ma palpabili e una generale povertà dell’immagine in movimento. Anche in questo caso, Dirt Rally su PC mi aveva viziato un po’, e la nuova iterazione mi è parsa un passettino indietro alla voce della pura grafica.

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