Mi piace pensare all’industria videoludica come una grossa partita ad un gioco da tavolo gestionale. C’è chi butta la carta The Last of Us Part II e va avanti con i punti, poi chi gioca d’anticipo come Phil Spencer e l’outsider che ti tira fuori il Breath of the Wild e ribalta le idee di tutti. In realtà è molto meno noiosa di così (per fortuna, forse) e più una normale industria in cui ognuno fa il suo sperando di farlo prima e meglio degli altri.

Ci sono però dei duelli a distanza interessanti di tanto in tanto. A volte sono palesi, mentre in altri casi (come stavolta) sono duelli fortuiti dovuti da dichiarazioni incredibilmente vicine ed interessanti da confrontare.

Da una parte abbiamo il bel tenebroso Neil Druckmann, la penna dietro ai titoli Naughty Dog che tutti amiamo e dobbiamo citare quando si parla di esclusive PlayStation 4. L’autore di Uncharted e The Last of Us ha commentato un articolo del The Atlantic, la cui tesi è abbastanza lapidaria: i giochi stanno meglio senza storie.

Prevedibile a comprensibile la reazione di Druckmann che, molto energicamente, ha accusato chiunque giudichi i videogiochi in questo modo di sbagliarsi, sempre. A fargli eco anche Cory Balrog, director di God of War, che ha definito “gloriosi” i videogiochi fatti così, ovvero i cosiddetti story-driven.

Spencer
Kratos e suo figlio.

Dall’altra parte abbiamo Phil Spencer, il boss di Xbox, il quale fa spesso interviste molto interessanti e parecchio discusse, ed anche stavolta non si è smentito.

Il nostro bel mascellone aveva già avuto modo di esporre le sue opinioni rispetto al futuro di un certo ambito videoludico. Microsoft ha infatti annunciato Xbox Game Pass su Xbox One e questo ha dato il via a tutta una serie di similitudini con Netflix.

"Guardo a cose come Netflix o HBO, dove grandi contenuti sono stati creati grazie al modello ad abbonamento. Io e Shannon Loftis abbiamo pensato a lungo come poter integrare i videogiochi basati sulla narrativa nel modello di business di Xbox Game Pass", ha dichiarato Spencer al The Guardian.

"Questo significherebbe non consegnare il gioco interno in un mese, si potrebbe sviluppare e rilasciare i giochi ad episodi". Inoltre: "Il pubblico di queste enormi storie, non è che non è grande, ma non è molto consistente. Ci sono cose come Zelda od Horizon: Zero Dawn che vengono fuori e fanno molto bene in termini di vendita, ma non avranno mai lo stesso risultato di altri servizi in altre categorie di titoli".

Spencer
Ghost Recon: Wildlands.

Si è scatenata ovviamente la solita caciara, ed in molti hanno criticato Spencer per le sue dichiarazioni. Poco dopo ha infatti corretto il tiro: "Amo giocare titoli single-player. Il punto è che la maggior parte del gioco al giorno d'oggi è su service game", ha spiegato Spencer, riferendosi alle produzioni persistenti come Destiny e The Division. "È solo un dato di fatto".

Aggiungendo di non voler mollare questo settore molto amato dai videogiocatori, il buon Phil ha commentato che questi due esempi molto apprezzati, Horizon e Zelda, non implicano necessariamente uno stato di buona salute per il genere. Tra le altre cose, non ha nemmeno escluso un ritorno di Fable, qualsiasi cosa voglia dire.

La cosa buffa è che le critiche sono sterili, perché Phil Spencer ha ragione da vendere. Se i giochi con le “storie” di Druckmann segnano la storia di un settore e sono quelli a rimanere impressi nel tempo, non è Uncharted, né Zelda né Quantum Break che trainano le vendite.

Le vendite le fa Ghost Recon: Wildlands - un open world poco più che mediocre in cui la storia è solo un mero pretesto per offrire a quattro giocatori un parco giochi pieno di cose a cui sparare – che nel mese di Zelda, Horizon, Nier e Andromeda è stato il gioco più venduto in Italia, Regno Unito, ed in tutto il mondo in digital delivery.

Spencer
The Last of Us 2: Part II.

Questo è ciò a cui si riferiva Phil Spencer. L’impatto emotivo lo fa Zelda, ma non l’impatto nel mercato. Un mercato che è profondamente cambiato, che premia Overwatch con 30 milioni di utenti in meno di un anno consacrandolo a Re degli eSports, che segna il ritorno inaspettato sulla cresta di Rainbow Six Siege, che vede in Destiny 2 uno dei momenti più interessanti dell’anno del gaming.

I giochi con le “storie” rimangono impressi nella memoria storica dei giocatori e dell’industria. The Last of Us, Breath of the Wild, Horizon, Uncharted, tutti titoli che ricorderemo e ricorderà chiunque lavora nell’industria, ma sono i La La Land del cinema: forse vinceranno un Oscar, ma non manterranno vivo il settore più di un film Marvel a caso.

Apprezzo Phil Spencer per la sua onestà intellettuale, e la capacità che ha lui (e Microsoft stessa) di intercettare le tendenze, sin dagli esordi di quella Xbox One che, sulla carta, era già molto moderna, ma non lo era altrettanto il mercato e il pubblico. Il problema è che Scorpio uscirà quest’anno, e queste dichiarazioni sui giochi sono preoccupanti perché, contestualmente, Spencer non sta portando studi first party dalla sua.

L’E3 di Xbox One sarà pieno di giochi, così ci viene detto, ma che tipo di giochi? Il mercato è già saturo di titoli multiplayer che durano sei mesi, massimo un anno, e a parte riempire le homepage dei siti sanno fare poco altro. Una volta tanto, abbiamo bisogno di storie.