Il mondo dei videogiochi si dice essere bello perché vario, non solo per la grande diversità di generi e tipologie di giochi disponibili sul mercato ma anche per le diverse tipologie di videogiocatori che bazzicano fra gli scaffali.

Eppure, sempre più spesso, si sente parlare di videogiochi e videogiocatori che meritano questo appellativo e di altri che non lo meritano affatto, come se la loro natura o la loro passione non li rendessero, di fatto, quello che dicono di essere.

Facciamo un attimo di chiarezza su questo aspetto del mondo videoludico?

Per parlare al meglio di un argomento tanto delicato è bene affrontare un po' di storia perché solo da qualche anno a questa parte il media e la figura del videogiocatore si sono diffusi al punto da uscire dalla loro piccola nicchia tranquilla.

Ho avuto il mio periodo di dipendenza anche da lui.
Ho avuto il mio periodo di dipendenza anche da lui.

Tanto tempo fa, su uno sgabello di una sala giochi tanto lontana, sedevano i primi ragazzetti che si affacciavano a questo magico mondo. Tutto era molto diverso: il medium videoludico era agli albori e nessuno sapeva, effettivamente, quanta importanza avrebbe guadagnato da lì a poco. I videogiocatori, così come i videogiochi stessi, erano completamente diversi ed erano anche in un numero incredibilmente inferiore rispetto ad oggi. Il mercato aveva esigenze differenti e per questo gli sviluppatori puntavano alla creazione di titoli mirati che andassero a centrare pienamente il bisogno di quegli allegri ragazzotti.

C'è chi ha provato ad uscire un po' dagli schemi cercando di creare del nuovo pubblico, andando a pescare fra le persone non interessante completamente a quel genere di intrattenimento e c'era chi, semplicemente, se ne fregava continuando a produrre titoli complessi e difficili in modo tale da saziare la fame di sfida dei primi videogiocatori. Questo giusto per sottolineare come anche tempo fa c'era chi sviluppava quelli che oggi vengono definiti “giochetti da bambini” solo per provare ad aumentare un po' il pubblico appassionato al prodotto.

Possiamo identificare, però, il periodo in cui il mondo videoludico si è effettivamente aperto a tutti con l'uscita sul mercato di Wii, un evento che ha cambiato radicalmente il videogioco e il videogiocatore andando ad aggiungere un ulteriore significato a queste due figure. Il videogioco e il videogiocatore, quindi, si sono sdoganizzati e con questo siamo arrivati ad avere non solo più titoli e più varietà, ma anche più videogiocatori, figure nuove e provenienti da ambienti in cui il media non aveva ancora attecchito.

I tempi, come si è già detto, sono cambiati e con essi le esigenze di mercato che non doveva più far fronte ad una nicchia di persone bensì ad un gruppo più nutrito che ha iniziato a vedere i videogiochi come un semplice passatempo con cui allietarsi alla fermata dell'autobus. Tutto il resto è storia: la presa di potere del gaming su mobile, la presenza massiccia di giochi per famiglie e di titoli con un gameplay inesistente che mirano semplicemente ad intrattenere con una storia.

hardcore gamer
I “videogiocatori veri” spaccano Nexus ogni giorno.

Insomma, si è creato un mercato completamente nuovo e complementare a quello che già esisteva, dando spazio a tantissime altre meccaniche interessanti. Torniamo ora all'inizio della riflessione: questo tipo di prodotti merita l'appellativo di videogioco? E le persone che ne fruiscono meritano l'appellativo di videogiocatori?

Mi viene quasi da ridere nel dover rispondere seriamente a questa domanda poiché la questione, fondamentalmente, non esiste. La definizione di videogioco è una ed una sola a prescindere da quanto questo sia complesso, presenti una sfida considerevole o una storyline ben scritta e ben pensata. Non c'è nessun elemento che possa far sì che Candy Crush sia “meno videogioco” di NiOh così come non esiste nessuna definizione formale che ci porti a dire che l'utenza del primo sia “meno videogiocatrice” di quella del secondo.

Si tratta di paletti e significati che i videogiocatori stessi hanno deciso di portare per differenziare l'utente “hardcore” da quello “casual”. Inutile dire che questi due termini parlano da sé: è giusto - e ci sono elementi per farlo - definire un titolo più hardcore di un altro così come ci sono tutti gli elementi per differenziare un casual gamer da un hardcore gamer.

Contrariamente a quello che la gente vuole far credere, però, non c'è nulla di negativo nella prima categoria di videogiocatori, così come non c'è nulla di divino nella seconda: si tratta di persone con la medesima passione ed interesse che semplicemente preferiscono qualcosa di più “leggero” alla frenetica competitività di altri titoli.

Come se i party game non fossero considerabili videogiochi…
Come se i party game non fossero considerabili videogiochi…

Pensiamo un attimo ad altri media. Un lettore è, di fatto, una persona che legge libri: non è che leggere Delitto e Castigo renda qualcuno più lettore di una persona che sulla spiaggia si sta rilassando con il nuovo capitolo di I Love Shopping. Lo stesso esempio lo possiamo fare in ambito musicale, cinematografo e così via.

Certo, possiamo dire con assoluta certezza che un titolo sia meno complesso e più leggero di un altro poiché ci sono gli elementi per fare il paragone ma chiaramente non è immaginabile il sentirsi superiori di fronte ad un videogiocatore che ama giocare con avventure grafiche come Life is Strange solo perché si passa più tempo nella Landa degli Evocatori.

Non si è di certo migliori di qualcuno che quotidianamente gioca nella Torre di Fire Emblem Heroes solo perché si è completato Resident Evil 7 nella modalità difficile. Si è tutti, in egual misura, videogiocatori che giocano videogiochi. C'è chi affronta la propria passione in maniera più spinta e hard e c'è chi ama semplicemente rilassarsi con una partita a FIFA dopo una giornata di lavoro.

De gustibus, insomma.

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