Elisabeth Kübler Ross teorizzò l'elaborazione del lutto in cinque fasi.

  • Fase della negazione o del rifiuto
  • Fase della rabbia
  • Fase della contrattazione o del patteggiamento
  • Fase della depressione
  • Fase dell'accettazione

Nell'era dei social network, in cui l'apprendimento e l'assimilazione di notizie è rapidissimo, e spesso si passa dal rumor all'ufficialità nel giro di un'ora o due, è possibile assistere alla rappresentazione di tutte e cinque queste fasi nell'arco di una giornata o anche meno.

Quello che è successo con Scalebound, nella serata di ieri, è esemplare in tal senso. Nella fase della negazione o del rifiuto, in molti ridevano delle prime ipotesi di cancellazioni apparse in rete.

La fase della rabbia è invece il momento in cui Microsoft ha messo il timbro ufficiale sulla news, dando di fatto conferma della cancellazione del titolo di Platinum Games. Più che rabbia, però, ho scorto incredulità.

Nella fase della contrattazione, l'utente boxaro medio ha iniziato a farsi i conti in tasca: quante esclusive ha Microsoft (nemmeno più Xbox One, si parla di un generico ecosistema comprendente la console e Windows 10) ora come ora?

A questa domanda è seguita, manco a dirlo, la depressione: Halo Wars 2 a febbraio, Crackdown 3 e Sea of Thieves non si capisce bene quando, State of Decay 2 non si capisce bene come, un Forza Motorsport 7 molto telefonato, Cuphead e Below se il dio dei videogiochi vuole ma sempre indie sono.

La fase dell'accettazione, infine, è quella in cui il giocatore verde crociato si trincera in un preoccupante silenzio. Ma che hai? Niente. E che ne pensi di questa esclusiva PS4? Gran gioco. Come gran gioco? Un titolo molto godibile, Sony ha già vinto l'anno prossimo.

Microsoft, fine di un'era

Cancellando Scalebound, Microsoft ha di fatto posto fine ad un'era. Non è per fare i drammatici, né per dare all'action RPG di Platinum una valenza che onestamente non gli ho mai riconosciuto (e continuo a pensarla così).

Il colosso di Redmond si è imborghesito notevolmente nel corso di quest'anno o due. Ha preso qualche delusione e si è incupito. La sbornia di Xbox 360 è finita troppo in fretta e c'è rimasto male.

Pompata a mille dal successo della passata generazione, ha pensato in grande, ha disegnato un sistema antesignano, si è vista rifiutare ed è tornata sui suoi passi, ma niente. La concorrenza aveva già vinto.

E nonostante il cambio di gestione e rotta, e le dichiarazioni all'insegna di un fair play di facciata, da quella botta Xbox non si è ripresa più. Al punto che, a modo suo, ha detto basta.

Si è sposata con Windows, saltando sul carro del (facile anche se non più scontato) vincitore quando in realtà, per qualche tempo, aveva dato l'illusione di essere essa stessa l'anello forte della compagnia.

La Microsoft che finanziava i Quantum Break metà videogioco e metà serie TV, credeva alle favole d'autore come ReCore, puntava sui business model meno esplorati come con Fable Legends, promuoveva Cuphead solo coi boss e mandava Crackdown 3 sulle nuvole non esiste più.

Date il benvenuto al publisher del calcolo e dei rischi zero. Date il benvenuto agli Halo, ai Gears of War e ai Forza Motorsport.

Quella volta alla Gamescom

Nel mezzo di questo caos che è stato il portfolio di Xbox per lunghi tratti, non posso dire che fare un po' di pulizia non sia cosa buona e giusta.

Il catalogo software di Microsoft ne esce impoverito, ma sostenere quello che alla meglio sarebbe stato un nuovo ReCore, con tempi di gestazione e costi probabilmente decuplicati, è evidente non valesse più la pena.

Forse si è peccato di inesperienza. Come editore, il gigante fondato da Bill Gates ha bisogno di fare parecchia strada ancora, perché certi input piovuti dall'alto sono stati sbagliati e basta, senza mezzi termini.

Il già citato Fable Legends è un caso ai limiti dello scandaloso, a causa del quale il mondo dei videogiochi ha perso uno degli studi europei più talentuosi e presumibilmente bruciato un'IP che meritava una sorte migliore.

Eppure Scalebound non mi aveva fatto una cattiva impressione. Era un gioco che aveva bisogno di trovare una sua identità, quando lo vidi per la prima volta alla Gamescom 2015.

Un titolo che, in particolare, soffriva di gravi problemi tecnici. Stiamo parlando di un frame rate ballerino nell'ambito di una presentazione ufficiale pre-registrata, qualcosa che ultimamente, per fortuna, non si vede più.

Un retrogusto amaro per quello che, invece, sembrava un buon prospetto, specie per una Microsoft che aveva sempre fatto fatica a gestire produzioni diverse dallo spara-spara.

Questo tipo di operazione potrebbe persino aver spinto Sony ad investire di più su Horizon: Zero Dawn, ad allargare l'orizzonte, scusate il gioco di parole, l'orizzonte dei prodotti esclusivi anche al ruolistico e al fantasy.

La situazione era migliorata all'E3 2016: l'asticella delle ambizioni era ancora molto alta, Scalebound pareva ancora voler fare troppe cose, ma l'allarme aveva smesso di suonare. Era tutto sotto controllo.

Project Scorpio
Perché nessuno pensa a Project Scorpio?

Una freccia in meno all'arco di Project Scorpio

Neanche quella presentazione, però, era bastata a far mangiare la foglia agli osservatori - quel gioco non sarebbe uscito molto presto, se ne sarebbe parlato a farla breve almeno alla fine del 2017.

Lungi dal pensare che tutto questo sarebbe costato un esaurimento nervoso al povero Hideki Kamiya, gli appassionati facevano due più due e si convincevano, giorno dopo giorno, di una versione 4K ultra potenziata per Project Scorpio.

Del resto, sappiamo così poco di Scorpio. Non conosciamo neppure il suo nome reale. All'E3 2017 avremmo visto la lineup nella sua interezza, rigorosamente senza esclusive rispetto a Xbox One e Windows 10, e in quella lineup ci sarebbe stato anche Scalebound.

Quel titolo che, per la sua personalità, avrebbe guidato la riscossa di una Microsoft sempre più in ripresa grazie all'uscita di Xbox One S. La striscia di mesi vinti negli Stati Uniti aveva caricato (illuso) molto, molti.

Poi:

"Dopo un'attenta valutazione, Microsoft Studios è giunta alla decisione di terminare la produzione per Scalebound. Stiamo lavorando duramente per fornire una lineup incredibile di giochi ai nostri fan quest'anno, con Halo Wars 2, Crackdown 3, State of Decay 2, Sea of Thieves e altre grandi esperienze".

Ma a Microsoft interessa Xbox?

Anche questa nota... sembra delineare una certa rassegnazione, l'imborghesimento di cui parlavamo prima. Scalebound è solo la punta dell'iceberg, sticazzi, oserei dire, di Scalebound. Il problema è più profondo.

È come se il platform holder si fosse scrollato un peso di dosso, si fosse dato una pacca sugli abiti sgualciti e "mai più", avesse pensato. "Mai più". Sono quel mai e quel più a darmi da pensare.

Io sono quello di Quantum Break. Della penna raffinata di Sam Lake e del realismo di quel riferimento all'11 settembre in una storia scritta tra passato, presente e futuro in barba ad ogni logica dimensionale.

E l'Xbox che ha sborsato i dindini per quel tipo di progetto, l'Xbox di Don Mattrick, non esiste più. L'Xbox di Phil Spencer a certe cose, è evidente, non crede.

C'è un rubinetto chiuso. C'è il sostegno, scarso e sfiduciato, ai prodotti già annunciati, e la fanfara solo per quei tre-quattro nomi di richiamo. In attesa di un riscatto in stile PS4. E se non verrà, pazienza: c'è sempre Windows.

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