Il 2016 è stato un anno ricco di soddisfazioni videoludiche, che spesso abbiamo sottovalutato perché immersi in un flusso continuo di uscite. Pensate agli Overwatch e ai Dishonored II, agli Uncharted 4: Fine di un Ladro e ai DOOM, ma anche ai No Man's Sky e ai The Division, che hanno fatto discutere sia come giochi che come "casi".

Un anno molto ricco di avvenimenti, dicevamo, che mi ha visto impegnato in tante circostanze sia lavorative che videoludiche. Da un punto di vista lavorativo, beh, è evidente quello su cui, grazie al gruppo di Videogamer Italia, mi sono impegnato al 100% fin da quel 4 aprile, e speriamo tutti di aver fatto qualcosa di buono per voi.

Da un punto di vista ludico, mi sono dedicato a fondo negli ultimi giorni, relativamente più tranquilli, al recupero di alcuni titoli più o meno interessanti che mi ero perso nel corso della fittissima stagione (e in qualche caso della precedente). Ho appena finito Dead Rising 4, con recensione in arrivo, e The Order: 1886.

Eppure, in quasi una decina di mesi in cui sono stato "impegnato" in The Division (un po' deluso dall'ultima espansione, a dire il vero, con premesse interessanti ma forse troppo fuori target - Lotta per la Vita è un altro gioco, praticamente), il mio GOTY non l'avevo ancora individuato. Ed è per questo motivo, più che per logiche di ruoli nella redazione, che mi sono tenuto l'ultimo posto.

Friends will be friends.
Friends will be friends.

A dicembre l'illuminazione. Qualche giorno fa, prima di finire il gioco, ho letto con un sorriso di "vabè, esagerato" l'articolo in cui il nostro cugino David Scammell parlava di The Last Guardian come suo gioco dell'anno. Ero giunto ad un punto del gioco in cui era troppo facile uscirsene pensando di avere per le mani un buon potenziale un po' sprecato, con delle premesse narrative affascinanti bruciate da un gameplay tecnicamente sottotono.

Ebbene, visto il finale e due scene che l'hanno preceduto, non ho avuto dubbi a concedere all'esclusiva PS4 firmata Fumito Ueda la palma di personale game of the year e il 10 di cui avrete letto su Videogamer Italia (e se non l'avete fatto dovreste recuperare la nostra recensione).

The Last Guardian imposta un nuovo standard qualitativo nella narrazione, e in particolare nel rapporto tra giocatore e companion guidato dall'intelligenza artificiale. Trico è un personaggio totalizzante, e per certi versi gestirlo può ricordare la relazione che c'è tra madre e neonato: tocca proteggerlo, starci attenti, saper dare perché ad un certo punto... si riceve.

Ed è nella fase della "ricezione", ossia quando la creatura ricambia le nostre attenzioni e il nostro affetto - mi fa ancora specie parlare in questi termini del personaggio di un videogioco, ma tant'è -, che avviene la magia di The Last Guardian e si coglie l'importanza, la qualità dell'operato di Ueda. Al punto che senza la meccanica della carezza a volte mi sarei sentito in difetto, incompleto nel ruolo non (solo) di videogiocatore ma di amico.

L'azione è l'aspetto carente di The Last Guardian, ma questo salto Trico ve lo fa lo stesso, eh.
L'azione è l'aspetto carente di The Last Guardian, ma questo salto Trico ve lo fa lo stesso, eh.

Volendo trovare un limite nell'espressione del rapporto Trico - giocatore, in una determinata fase dell'avventura abbiamo la bestia impegnata a rianimare disperatamente il protagonista, senza che però l'utente possa contribuire a questo processo. Si sta con le mani in mano, insomma, mentre nella fase del "dare" il gamer ha un ruolo ben preciso che è quello di motore dell'azione.

Ho trovato delicata la scelta di non inserire QTE in questo segmento, e allo stesso modo è quasi asfissiante l'attesa - con sapienti cambi di visuale e prospettiva - in quei momenti in cui si cerca di capire se, e si spera che, il viaggio andrà avanti oppure sia terminato lì per la morte del bambino.

Sarebbe interessante, come prossimo step evolutivo del mezzo, vedere in che modo si potrebbe colmare quest'asimmetria, e cioè reagire (sentendo la stessa "fatica" di quando si esegue un'azione, in tempo reale o con un quick time event) nelle difficoltà all'input così forte e affettuoso di un'IA videoludica come con la carezza nei momenti di calma.

Ma forse sto correndo troppo e in una direzione che porterebbe a qualcosa che non è più nemmeno gioco. Per l'innesco di queste riflessioni, per le risate di isterico sollievo e per le lacrime, The Last Guardian è il mio GOTY 2016.

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