Alcune persone utilizzano i vestiti per esprimere il proprio stato d’animo o per sottolineare particolari momenti di vita.

Se curiosassimo nei loro armadi troveremmo il maglione sformato da indossare quando hanno bisogno di conforto o la sciarpa porta fortuna per le occasioni in cui la squadra del cuore gioca in casa (tanto per fare degli esempi).

Io faccio lo stesso con i videogiochi: ho la sezione sparatutto da consultare quando sono giù di morale, i gestionali per quando sento di aver bisogno di fare ordine nella mia vita, i walking simulator che prima o poi mi deciderò ad iniziare (al pari di un paio di jeans troppo stretti ma che mi ostinerei a tenere) e via dicendo.

Quando mi è stato chiesto di parlare di quello che a mio parere meritava di essere considerato come il gioco dell’anno, ho ripercorso questi ultimi travagliati mesi e ho capito che un solo titolo è stato in grado di non farmi sbarellare in un periodo piuttosto complicato della mia vita (seppure in senso positivo).

Si tratta di Unravel.

Unravel è un platform che riesce nel difficile compito di bilanciare la semplicità degli enigmi (mai ripetitivi, in ogni caso) con una storia bellissima alle spalle. Il tutto senza l’ausilio di parole, cosa alquanto rara nel panorama videoludico attuale.

Il protagonista è Yarny, una buffa creatura fatta di lana rossa. Il suo scopo è quello di ripercorrere i vari livelli per ricomporre un album fotografico.

Il gioco, infatti, si apre con un filmato nel quale possiamo vedere un’anziana signora che, dopo aver guardato delle vecchie foto di famiglia, si appresta a salire le scale di casa propria con un cesto pieno di gomitoli di lana.

Uno di questi – quello rosso – cade e nella scena successiva vediamo che nel punto dove è rotolato il gomitolo si trova proprio lo stesso Yarny.

Unravel
Il nostro protagonista impegnato a risolvere un enigma.

Unravel: un gioco estremamente romantico

Quello che mi piace di questo titolo è il romanticismo di fondo, che in molti hanno paragonato – a ragione, secondo me – alla poesia dei titoli di animazione di Hayao Miyazaki.

Tutto concorre a creare un alone di malinconica dolcezza, dagli scenari – nei quali assisteremo allo scorrere delle stagioni e degli agenti atmosferici corredati dalle emozioni che suscitano – fino alle musiche rilassanti ed estremamente toccanti.

Gli enigmi, come accennato in precedenza, non sono ripetitivi ed i livelli sono coinvolgenti e dinamici: basti pensare al momento in cui dovrete farvi trascinare da un pesce fino alla sponda opposta di un corso d’acqua.

Yarny, inoltre, è reso con un realismo magistrale, al limite del maniacale (per farvi un esempio, se si bagna gli si afflosciano le orecchie).

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Uno dei vari scenari di gioco.

Questo è quello che cerco in un gioco e posso dire di averlo trovato diverse volte negli ultimi anni ma – ahimè – spesso si trattava di walking simulator o di titoli alla “To the Moon” che, come vi accennavo prima, sono un po’ il mio tallone di Achille perché ho come il sospetto di non partecipare realmente alle vicende narrate.

Coldwood Interactive, invece, con la sua opera prima ha creato un piccolo capolavoro che, a mio avviso, merita di essere preso in grande considerazione per la sua capacità di entrare nel cuore dei giocatori, lasciandoli parte attiva della storia narrata.

Il piccolo Yarny si farà amare e, tra un’eccessiva dispersione della corda e un enigma da ripetere, riusciremo anche a capire che il filo di lana altro non è che la metafora del filo che lega i nostri ricordi, quelli belli e quelli brutti, gli uni imprescindibili dagli altri.

Ed era necessario anche un insegnamento di vita per farmi decretare che è questo il mio titolo dell’anno. In fondo, non si smette mai di imparare.

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