Nell'autunno del 1999 abbiamo assistito al dilagare di una sorta di isteria di massa per colpa del Millennium Bug pronto a colpire.

Il virus simil-Skynet era pronto ad annichilire tutti i dispositivi elettronici e a spingere la razza umana a ritirarsi in rifugi antiatomici con scatole di ceci e tonno John West (se in offerta ovviamente, altrimenti credo che avrei optato per quello della Tesco che credo sia un’alternativa valida). Io e i miei amici non eravamo preoccupati più di tanto – avevamo Pokémon.

Il cartone è stato trasmesso in TV per un paio d’anni prima che venissero commercializzati i titoli su Game Boy e ognuno di noi aveva già i suoi preferiti, insieme ai cestini da pranzo marcati Pokémon, giocattoli coccolosi e il cappellino con visiera di Ash Ketchum che erano già tutti disponibili da tempo nei negozi.

Al tramonto del ventesimo secolo questi Pocket Monsters provenienti dal Giappone erano tutto per noi, tutto il resto non aveva importanza, perfino il destino incombente che stavamo per affrontare.

Ai tempi delle lezioni con la signora Foley, mentre avremmo dovuto studiare, ci ritrovammo a scambiare Sandshrew per Scyther e Primeape per Persian, il tutto grazie alla magia del cavo comprato da Brendan quel giorno (sei una leggenda, Brendan).

Con quel nuovo ritrovato della tecnologia riuscimmo ad assicurarci che ognuno di noi riuscisse a catturarli tutti, e ci sentivamo come quella gang che vedevamo in TV ogni giorno tra un episodio di Bernard’s Watch e uno dei Biker Mice da Marte.

Ma con il passare degli anni, e con l’aumentare del numero di generazioni, abbiamo perso interesse. La purezza dei Pokémon che ci ha fatto innamorare di loro è scomparsa; in più abbiamo scoperto la Smirnoff Ice e i pacchetti da 20 di Carrolls. Che ragazzacci.

Non avrei mai pensato di desiderare così tanto di ritornare a giocarci, ma questa estate c’è stato un vero e proprio fenomeno culturale.

Come cambiano le cose.
Come cambiano le cose.

Sebbene fosse un videogioco terribile, Pokémon Go ha fatto fare un viaggio nel passato a tutto il mondo e io non sono stato immune a questo fascino.

Sentirsi rassicurati dal vedere quei vecchi nomi e quei volti familiari è stato davvero molto piacevole ed è stato come tornare nel proprio locale preferito dopo un lungo periodo di assenza: tutto ciò è avvenuto nella finestra di lancio di Pokémon Sole e Luna.

Non ho vissuto fuori dal mondo e ho comunque avuto modo di vedere le altre cinque incarnazioni della serie principale grazie a trailer, screenshot e cose del genere, ma avviare il gioco e poterlo toccare con mano è stata una sensazione simile a quella provata da Ali Dia quando è stato portato al Southampton da Graeme Souness. Non potevo credere ai miei occhi.

Pokémon Sole mi ha stupido con il suo mondo vivace pieno d’immaginazione e con delle animazioni di combattimento che potevo solo sognarmi da ragazzino, ma aveva allo stesso tempo il fascino e l’attrattiva che i titoli originali avevano tanti anni fa.

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Anche voi siete colpevoli, carinissimi starter.

Molte cose in realtà suonano familiari – avere a che fare con i Pokémon è come guidare la bici, perché sebbene questo nuovo “due-ruote” sia pluriaccessoriato e il mio vecchio mezzo di trasporto avesse gli ammortizzatori, ricordo ancora come si pedala. Ai miei tempi bisognava affrontare otto Capipalestra e i Superquattro prima di potersi scontrare con quel dannato nipote del Professor Oak.

La Sfida dell’Isola di Pokémon Sole e Luna segue un paradigma molto simile e ci troveremo a dover viaggiare per ognuna delle quattro isole della regione di Alola, completando innanzitutto le sfide per poter poi sfidare il Kahuna, il boss di ciascuna area.

L’obiettivo primario rimane comunque lo stesso: diventare il più grande allenatore di Pokémon sconfiggendo tutti gli avversari più temibili e catturando i centinaia di Pokémon presenti nella regione.

Accetto che le cose cambino, a volte in meglio, come nel caso delle potentissime mosse Z, o delle varie sfide che non girano sempre attorno ai combattimenti tra Pokémon e che includono addirittura dei balletti.

Benvenuti ad Alola.
Benvenuti ad Alola.

Nei 20 anni che son passati, ad ogni modo, credo che le cose siano diventate più complicate di quanto dovrebbero. Pokémon Refresh, che è fondamentalmente una versione aggiornata di Pokémon Amie che abbiamo visto in X ed Y, offre la possibilità, tramite dei colpetti sullo schermo, di coccolare, dar da mangiare e giocare con i propri roditori, draghi e tartarughe come se fossero dei tanti piccoli Tamagotchi (così facendo si incrementa la rapidità con cui le nostre mascotte acquisiscono esperienza in battaglia).

Tutto molto carino, ma bisogna coccolarli davvero troppo spesso e col tempo risulta frustrante.

Quelle sfide in cui si riesce a vincere contro un avversario potentissimo con un solo Pokémon rimanente e contro ogni pronostico sono davvero spettacolari (e lo sono anche quei momenti in cui finalmente riusciamo a catturare un mostriciattolo dopo avergli tirato in faccia almeno tre sfere poké). Ma quando bisogna pettinarli o rimetterli in riga dopo una baruffa con un Magikarp comincio a credere l’esaltazione provata nello sconfiggere Gary nel primo gioco dei Pokémon sia ormai semplicemente un lontano ricordo.

Ciononostante, quando sono in groppa a Tauros, galoppando su e giù per Melemele Island, in cerca della mia prossima vittima, mi sento come quando ero ragazzino e riesco addirittura a sentire la signora Foley pronta a rimproverarmi.

Articolo di Colm Ahern

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