Le fiere di videogiochi e fumetti stanno crescendo di importanza per i grandi publisher di videogame e per i produttori di hardware da gaming: investono ogni anno un pochino di più, fanno stand sempre più grossi, invitano personaggi conosciuti in numero sempre maggiore e le postazioni da gioco sono in aumento.

Che abbiano ritorni importanti da questi investimenti credo sia fuori da ogni dubbio (ma, in ogni caso, non vuole essere il tema di questo articolo).

Ciò che mi preme trattare sono gli effetti delle scelte che le major prendono quando investono per riempire i propri stand alle fiere.

Se siete andati ad una fiera qualunque negli ultimi cinque anni sapete bene che il fulcro delle fiere, dei loro palchi e degli stand sono proprio i famigerati - secondo alcuni - e famosi youtuber.

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Una grossa fetta di mercato ruota attorno a YouTube.

Da quando, però, YouTube ha decuplicato la sua fruizione, le dinamiche legate ai personaggi collegati sono notevolmente cambiate.

Ora si trovano molti più canali con più di 100mila iscritti: hanno imparato i meccanismi delle collaborazioni,  come gestire la propria immagine e così via: il risultato è che l’impatto degli youtuber è cresciuto mostruosamente e così l’uso che ne fanno i grandi brand, sia per far parlare dei propri titoli o device che per riempire gli stand.

La cosa funziona e molto bene: gli stand dei tripla A sono costantemente avvolti da file interminabili, dove le 2 ore di attesa sono sotto il minimo sindacale e di solito si va per le 3 abbondanti. Però bisogna aggiungere che in fiera non ci sono solo gli adolescenti ma anche  famiglie con bambini e giocatori più navigati.

Il problema per gli sviluppatori indie nasce quando le famigliole, che sono guidate dai genitori, scelgono di evitare il martirio delle attese interminabili nelle code per i tripla A e optano per la cosa che più assomiglia ad essere adatta ai propri figli: lo stand della Nintendo e gli indie.

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Non volevo spaventarvi... è davvero questa la famiglia tipo?

Gli indie ai tempi della distribuzione digitale

E qui nasce un problema: alla Milan Gamesweek 2016 ho visto schiere di bambini in coda per gli indie. Secondo voi, quanto possono ricavare gli sviluppatori da questo tipo di utenza? La domanda - ovviamente - è retorica.

Il genitore medio, se anche dovesse apprezzare il titolo proposto al pargolo, è davvero in grado di comprare certi titoli? È davvero disposto a cercare nei meandri di Steam?

Ovvio che no, il genitore medio al massimo si ferma alla parte di scaffale a mezza altezza, dentro a Gamestop o a qualche altra catena. È già tanto se non li compra al supermercato tra un detersivo e una powerbank da 2000 mAh.

Si potrebbe provocatoriamente chiedere: “Ma non è meglio vendere anche gli indie con copie fisiche?”. Ad ora però, saturare le code degli indie con i bambini fa andare in negativo il bilancio degli sviluppatori che devono sostenere i costi di una fiera, senza contare l’occasione sprecata dai creatori di poter romanzare la storia dello sviluppo a coloro cui davvero interessa.

Il target tipico degli sviluppatori di titoli indie, infatti, sono i giocatori navigati, che ormai hanno sviluppato il gusto del dialogo con lo sviluppatore e che conoscono le nicchie.

Spesso sono anche gli stessi videogiocatori che meno sopportano la calca di bambini -che comunque volevano già fare le file per i tripla A - perché non di soli indie si gioca e che finiranno sempre di più per non riconoscersi nell’immagine e nell’esperienza che le fiere post YouTube presentano.

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Loro non sono interessati agli indie. Almeno nel momento in cui è stata scattata la fotografia.

Spero che nasca una spinta maggiore su giochi strutturati che siano fruibili da mobile, qualcosa che valga la pena di essere raccontato in una fiera.

Questo perché è il mobile ciò che i bimbi vogliono vedere e perché spero autenticamente che possano prendere più importanza i titoli in grado di plasmare la loro mente un po’ meglio di Clash Royale, indirizzandoli un po’ più verso i videogiochi come li intendiamo noi. Insomma spero in una migrazione sana dei pargoli a giochi migliori e stand di cui sono il mercato.

Dall’altra parte c’è un mondo indie è importante ma è anche delicato e deve sopravvivere nel recinto degli elefanti. Non gli può bastare l’accontentarsi dei visitatori che avanzano dalle lunghe attese per gli altri titoli e l’esserne oberati. Serve un allineamento da offerta e pubblico. Senza poter sfruttare a pieno il rapporto col proprio target, l’impresa di resistere sul mercato diventa ancora più ardua.

Alle prossime fiere va dunque l’impegno di osservare questo fenomeno, non solo sperando di essere smentito ma anche cercando di immaginarmi una soluzione.

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