Una premessa è d’obbligo: complice una madre che tendeva ad annoiarsi facilmente, i primi giochi a cui sono stata introdotta in età prescolare sono Blake Stone e Wolfestein 3D.

Da lì, l’interesse più o meno marcato verso titoli FPS, è stato quasi dovuto.

Proprio per questo motivo temo di non poter essere completamente oggettiva quando mi riferisco a giochi del calibro di Battlefield 1 (di cui vi riporto le mie prime impressioni).

In fondo, chi riesce ad essere razionale quando qualcosa si mescola ai ricordi della propria infanzia?

Battlefield 1: la Prima Guerra Mondiale è la vera protagonista?

Battlefield 1 è il titolo firmato DICE ed Electronic Arts in uscita su PC, PS4 e Xbox One il 21 ottobre 2016. Gli abbonati a EA Access e Origin Access, però, hanno potuto provarlo in anteprima per 10 ore, testandone alcuni contenuti sia del comparto singleplayer che di quello multiplayer.

Ormai lo sanno anche i muri: è ambientato durante la Prima Guerra Mondiale.

Questo, oltre a essere di per sé un periodo storico che si presta molto alla trasposizione videoludica (a maggior ragione se parliamo di un FPS) rappresenta un’ottima scelta una volta raffrontato alle collocazioni temporali o fantascientifiche degli sparatutto lanciati sul mercato negli ultimi anni: i campi di battaglia di questi ultimi, infatti, probabilmente sono stati troppe volte sostituiti da scenari più moderni o addirittura, come dicevamo poc’anzi, fantascientifici.

Estremamente interessanti – per carità – ma un tuffo in realtà perfettamente contestualizzabili e, allo stesso tempo ambientate in periodi storici relativamente lontani da noi, a volte non guasta.

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La prima guerra mondiale fa da padrona.

Se volessi definire l’intero gioco con una sola parola sarebbe realismo. Possiamo addirittura parlare di un duplice realismo: quello storico e quello della cosiddetta distruttibilità degli ambienti (di cui parleremo più approfonditamente).

Certo, non intendiamo riferirci ad una meticolosità a tutto tondo come quella che possiamo riscontrare in titoli del calibro di Red Orchestra: Ostfront 41-45 o Verdun (per restare nel contesto dello stesso periodo storico) ma di certo l’impegno c’è ed è evidente.

Da questo punto di vista, il realismo di Battlefield1 è riscontrabile più nelle armi e armature utilizzate che nelle situazioni vere e proprie. Nota di plauso, ad esempio, va al fatto che dovremo effettivamente cimentarci nell’utilizzo di armi storicamente arretrate e, ad esempio, non possiamo contare su tecnologie avanzate come i mirini di ultima generazione. Dimenticate, quindi, il Red Dot dei vecchi Battlefield: dovrete accontentarvi della baionetta.

A volte – come nel caso dell’ormai famosa scena del piccione, ad esempio – gli sviluppatori hanno cercato, però, di riprodurre una situazione di uso comune diversa dal solito utilizzo di questo particolare carro armato o quella precisa arma.

Per chi non sapesse di cosa stiamo parlando, si tratta del fatto che DICE ed Electronic Arts hanno inserito direttamente nella campagna, una sorta di mini gioco di attinenza storica, che consiste nella possibilità di controllare un piccione mentre consegna un messaggio (la scena, che vedeva il piccione librarsi sopra un campo devastato dagli orrori dalla guerra, appariva talmente densa di significato che la prima volta che mi ci sono imbattuta ho creduto si trattasse di un filmato e ho fallito la missione).

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Il mio piccione.

La campagna single-player

Per quanto riguarda la campagna single-player, una nota di merito va al fatto che si allontana dai tracciati degli shooter degli ultimi anni (in particolare da quelli dei vari capitoli di Call of Duty).

In questo modo ci viene dimostrato che è possibile divertirsi anche quando si ha a che fare con meccaniche più elaborate di quelle dei classici titoli “spara, spara, spara – ricarica – ammazza, ammazza, ammazza” e che alle volte i tempi morti, se ben bilanciati, possono contribuire a rendere un gioco più godibile (questo, in ogni caso, per quanto riguarda la campagna. Del multiplayer, purtroppo o per fortuna – a seconda del punto di vista – non posso dire lo stesso).

In realtà non si parla di una sola campagna ma di diverse War Stories che ci metteranno nei panni di ben distinti soldati, ognuno con il proprio nome e il relativo cognome. Ok, ve la diciamo tutta: un nome, un cognome, una data di nascita e una di morte. Tale scelta è stata d’obbligo per essere storicamente realistici: è abbastanza improbabile che una stessa figura abbia potuto prendere parte, ad esempio, sia ai conflitti ambientati in Arabia Saudita che alle schermaglie sul fronte austriaco.

Tanto meglio, dal momento che già ci viene chiesto uno sforzo, seppure minimo, per allacciare un patto narrativo con alcuni punti della trama o per accettare alcune divergenze con fatti storici consolidati (come le corazze Farina).

Riguardo a queste ultime, però, vale la pena spendere qualche parola: sebbene il nome suggerisca qualcosa di estremamente fragile, bisogna dire che invece si tratta solo di una buffa coincidenza con il cognome dell’inventore. Sono solidissime, allora? Ma neanche per sogno, ed è a questo che mi riferisco quando parlo di loro in termini di divergenze con fatti storici consolidati (ammetto, viste le mie conoscenze basilari, di aver cercato su internet dal momento che inizialmente avevo pensato a qualcosa di ironico).

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Un nome, un cognome, una data di nascita e una di morte.

La modalità multiplayer

Anche per quanto riguarda il multiplayer possiamo parlare di realismo: con l’accezione che ci viene quasi imposto, per riuscire a portare a termine i nostri obiettivi, di impersonare realisticamente il ruolo che abbiamo scelto: nello specifico si tratta di scegliere tra quattro classi base - alle quali se ne aggiungono altre speciali ed Elite - ed utilizzarle al meglio.

Per quanto riguarda quelle principali possiamo scegliere tra assalto (destinata al combattimento a corta distanza), medico, scout (praticamente un cecchino) e supporto.

Purtroppo devo ammettere di non aver reso al meglio in queste modalità ovvero Conquista, Corsa, Deathmatch a Team, Dominio e una sorpresa che vi rivelerò in calce all’articolo: viene premiato, infatti, il gioco di squadra e io, almeno inizialmente, sono più simile ad un lupo solitario (per farvi capire i livelli di cui parliamo, il mio approccio è tale anche quando parliamo di World of Warcraft, al quale gioco per lo più da sola – quantomeno quando non sono presenti amici). Tornando a Battlefield, infatti, oltre allo studio ragionato delle mappe, è fondamentale la collaborazione ed ero troppo impaziente di provarne le dinamiche per risultare collaborativa – mea culpa.

Una cosa che ho sperimentato in prima persona e per la quale ringrazio caldamente gli sviluppatori, invece, è stata la completa assenza del fuoco amico (da questo punto di vista, quindi, non parliamo più di realismo, neanche in senso lato – ma ne posso fare volentieri a meno in questo caso).

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Parlavamo di mirini?

La modalità Operazioni è una sorta di evoluzione di uno dei punti di forza di Battlefield: il testa a testa tra attaccanti e difensori ovvero la modalità Corsa (altrimenti nota come Rush).

Operazioni, però, a differenza di Corsa si sviluppa su più mappe di gioco: ogni volta che gli attaccanti conquistano tutti gli obiettivi, si passa allo scenario successivo. Per sopperire alla perdita di risorse, inoltre, saranno forniti dei rinforzi.

Le partite, che possono durare anche diverse decine di minuti (o almeno questa è la durata media di quelle che ho giocato in prima persona), oltre a essere ambientate su larga scala, potrebbero vedere entrare in campo anche 64 giocatori.

Questa modalità, in effetti, mi è risultata più congeniale in quanto mi ha dato il tempo di ambientarmi e provare a collaborare (almeno un pochino).

battlefield 1 - Operazioni
Fino a 64 giocatori.

In conclusione

Tirando le somme, questo titolo ha diversi punti di forza. Non possiamo, ad esempio, evitare di commentare una colonna sonora che definirei coinvolgente e un impatto visivo degno di nota: DICE, infatti, ha utilizzato un motore grafico proprio e i risultati si vedono, a partire dalla distruttibilità degli ambienti già citata in precedenza.

Gli edifici e gli elementi della natura (come gli alberi, ad esempio), reagiscono in maniera del tutto realistica alle azioni rivolte nei loro confronti: ho visto edifici sgretolarsi quando ricevevano il fuoco del mio carro armato e proiettili segnare i muri degli stessi. Tale dinamismo, inoltre, è applicato anche agli scontri: io non vi dirò niente ma provate a colpire la bombola di un soldato munito di lanciafiamme e vedrete.

Anche gli eventi atmosferici cambiano di continuo, facendoci confrontare con diversi tipi di visibilità.

Il gioco, ad essere precisi, non è immune da bug di vario tipo (come alcune compenetrazioni che farebbero invidia a Bethesda) ma vi avevo avvertito: su Battlefield non avrei potuto essere oggettiva.

I più attenti si saranno accorti che non ho mai parlato della sorpresa che avevo annunciato nella sezione dedicata al multiplayer: si tratta della quinta modalità disponibile per quanto riguarda le partite veloci, ovvero Piccioni di guerra.

Il nostro obiettivo, sostanzialmente, consiste nel trovare dei piccioni viaggiatori e utilizzarli per inviare dei messaggi all’artiglieria di supporto in modo da eliminare il nemico: assicuratevi, però, che i vostri piccioni non siano intercettati perché, oltre a farvi fallire la missione, faranno loro stessi una brutta fine.

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