Alla fine siamo tutti nerd quindi è anche un po' carattere, nel nostro DNA

Due weekend fa siamo stati alla Game Jam di Torino, edizione 2016. In sintesi, si tratta di un evento che copre tutto il fine settimana e, tenuto al Politecnico del capoluogo piemontese, vede un manipolo di baldi programmatori darsi da fare per creare il proprio videogioco basandosi su un tema assegnato in loco. Il tema di quest'anno è stato il rituale, e ha visto assegnare i seguenti premi:

  • Premio Ship The Game - Origami per Ornitology
  • Premio Best Game Design - King Banana per Kitsune
  • Premio speciale Best Innovation - Sekto per MDA VR
  • Premio speciale - Barbabirrai

Oltre a fare i doverosi complimenti non solo ai vincitori ma anche a tutti i partecipanti, che hanno reso davvero unico questo evento per atmosfera e clima di "fratellanza" nello sviluppo di videogiochi, quello che vogliamo proporvi oggi è una serie di interviste che abbiamo realizzato a Torino, riguardanti principalmente lo stato dell'industria videoludica nel nostro paese.

Ne abbiamo parlato con Matteo Lana, CEO di Tiny Bull Studios e tra gli organizzatori della Game Jam torinese, Marco Mazzaglia, presidente di T-Union e cuore pulsante dell'iniziativa, e Sean Parkinson di Unity. Le interviste, realizzate insieme ad Alessandro Adinolfi (che ringrazio anche per l'ospitalità, ndR), le trovate tutte di seguito: buona lettura e, come sempre, ci rivediamo nei commenti.

Uno scatto dallo speech del primo giorno.
Uno scatto dallo speech del primo giorno.

Matteo Lana - CEO Tiny Bull Studios

Cosa ti ha convinto a partecipare alla Game Jam?

  • A questa Jam non partecipo come sviluppatore ma come organizzatore. Quando l'ho fatto era per conoscere gente nuova e altri professionisti, capire come lavoravano e come lavorare in team diversi da quelli a cui siamo abituati (eravamo due all'inizio, poi quattro e dopo la prima Jam fatta qui a Torino il nostro team è esploso, siamo passati a 10-12 persone). Abbiamo imparato come gestire e organizzare efficientemente un team.

Un'esperienza anche per maturare, oltre che per trovare persone nuove.

  • Assolutamente; anche per trovare talenti nuovi, certo, noi alcuni dei nostri collaboratori li abbiamo trovati proprio qui.

Vedendo quello che faranno qui e quello che si è visto, cosa ne pensi della scena italiana?

  • Beh, la scena italiana è relativamente giovane e abbastanza deserta, o meglio sta iniziando a vivere un po' di risveglio da tre quattro anni. I pochi grandi che c'erano facevano un certo tipo di giochi che possono piacere come possono non piacere. Adesso grazie a Unity o anche al fatto che l'Unreal Engine sia stato semplificato, o che comunque ci siano editor nuovi per fare videogiochi, e che nuovi professionisti pure di altri settori si siano avvicinati ai videogiochi, sono nati tanti team, ovviamente non smaliziati come possono essere quelli più esperti come all'infuori dell'Italia, ma anche italiani medio-piccoli che producono prodotti di qualità.

Parlavi di democratizzazione degli strumenti di sviluppo. Quindi non era un problema di qualità in Italia? Molto spesso passava il messaggio che noi sapessimo solo copiare produzioni estere. Invece con gli strumenti che ci sono adesso è venuto fuori che c'è una creatività anche nel nostro paese.

  • Assolutamente. Quello che mancava per cominciare era una cultura videoludica a livello professionale – non era riconosciuto come campo di lavoro interessante.

Non c'erano le figure.

  • Esatto, non c'erano le figure e qualcuno che insegnasse a fare videogiochi in Italia (non che adesso ci sia granché). Noi stessi ci siamo dovuti rimboccare le maniche e studiare.
La Game Jam di Torino nel pieno delle attività.
La Game Jam di Torino nel pieno delle attività.

Si studiava una cosa e la si applicava al campo dei videogiochi.

  • Infatti. Noi abbiamo fatto informatica specializzandoci nella realtà virtuale qui a Torino, ma corsi che avessero a che fare col gaming neanche l'ombra. Una volta finito lì ci siamo dovuti mettere a studiare Unity, game design, modellazione, animazioni, una serie di cose che sono tante perché secondo me i videogiochi sono i pacchetti di software più complessi al mondo: contengono 2D, 3D, animazioni, audio, fisica, di tutto di più. Più complessi sono e più competenze richiedono, che in Italia fino a qualche tempo fa pochi avevano a parte pochi eletti.

Da qui a 5/10 anni come vedi la situazione italiana?

  • Beh, allora. Si stanno facendo dei passi in avanti secondo me, anche grazie ad azioni di lobbying che si stanno facendo oltre ad associazionismo che stiamo facendo qui a Torino con T-Union. Noi come Tiny Bull Studios siamo anche soci di AESVI, e grazie a loro abbiamo avuto anche la possibilità di partecipare a delle conferenze estere come Game Connection, Game Developers Conference, Gamescom, e via così. E poi, grazie a loro, si può fare un minimo di pressione sulle istituzioni per far capire che i videogiochi sono una realtà che esiste, che fattura, ovviamente per ora nel suo piccolo ma fattura, e che si spera a un certo punto si possano ottenere delle agevolazioni come succede con TV e cinema con tax credit e tax share. Queste ovviamente farebbero fiorire il mercato della produzione videoludica. Se si continua ad andare in quella direzione, un po' di gente in Italia inizia a rendersi conto che i videogiochi sono una realtà interessante e su cui si può investire, credo e sono abbastanza convinto che in 5, 10 anni vedremo una crescita abbastanza interessante.

Forse è questo che manca davvero? La voglia o la capacità di attirare investitori?

  • Purtroppo sì. Noi abbiamo preferito fare bootstrapping, autofinanziarci, e lavorare col B2B. Volendo cercare investitori è molto difficile in Italia perché non è visto come un mercato interessante.

C'è anche la tendenza ad essere nicchia. Critichiamo quelli che ci guardano male ma potrebbe farci guardare meglio. Bisognerebbe aprirsi.

  • Vero. Alla fine siamo tutti nerd quindi è anche un po' carattere, nel nostro DNA. Adesso iniziano a farsi anche in Italia vedere eventi, come il Festival Game Over a Milano. All'estero, ad eventi grandi come GDC, Gamescom e via dicendo, gli sviluppatori si sbizzarriscono, fanno feste ed eventi mondani. Lì è un'industry quasi più vicina al cinema che ai videogiochi. Sta diventando tutto molto appariscente, e vivo, perché questo aiuta anche a farsi notare un po'. Qui gli eventi sono molto limitati ai videogiocatori e agli sviluppatori.
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