In un'era dominata dai remake, dai prequel e dai sequel, dall'allungamento della vita di un prodotto famoso tramite i suoi seguiti, anche il mondo RTS non poteva fare eccezione. C'è anche da dire che non tutto quello che accade viene per nuocere, specialmente quando si tratta di ottimi prodotti come questo Homeworld: Deserts of Kharak. Dopo la triste dipartita di THQ, publisher che deteneva i diritti della serie, Gearbox ha pensato bene di rilevarli per una discreta cifra di dollari nel 2013, e di pubblicare in estate un buon remastered dei capitoli precedenti, che su Steam ha venduto più che bene.

Ora i resti di quella che era la Relic Entertainment sono convolati nella nuova Blackbird interactive, ed in collaborazione proprio con Gearbox ci offrono quest'ottimo prequel della saga.

Deserts of Kharak, infatti, ci riporta con... i piedi per terra. Eh già, perché se prima i nostri confini erano solo "spaziali", ora il tutto viene maggiormente "standardizzato" all'interno di parametri classici, proponendo un'ambientazione "terrestre", che può richiamare alla mente quella cara a strategici di guerra in stile seconda guerra mondiale, Rommel, deserti e compagnia bella.

Da un punto di vista prettamente estetico il cambio di setting non influisce sulla bellezza del contesto, anzi. I giochi di luce, la costruzione poligonale ed il desing dei paesaggi sono eccellenti. Così come il design delle unità, specialmente quello della nave madre, ora trasformata in una sorta di portaerei con le ruote, ed in grado di poter agire indipendentemente per conto suo, non essendo solo la centrale di produzione che ricopriva a livello di ruolo nei capitoli precedenti.

Deserts of Kharak, infatti, ci riporta con... i piedi per terra.
Deserts of Kharak, infatti, ci riporta con... i piedi per terra.

Inoltre, il design di molte unità rende ottimamente un feeling che pur essendo prettamente "tradizionale" in termini di spazio, riesce a ricreare la fluidità di movimento che quelle dei precedenti episodi (che potevano vantare una maggior libertà d'azione sugli assi, vista l'ambientazione), assicuravano in altri termini ma con la stessa sostanza. La tridimensionalità del tutto, non per forza comune a qualsiasi RTS oggi in circolazione, anzi, assicura la spettacolarità delle azioni, in qualsiasi possibile zoom si possa usare, considerando anche l'implementazione di unità aeree decisamente ben fatte.

La storia è risaputa ai fan della saga e si svolge su Kharak, pianeta ostile per scarsità di risorse e per la sua natura desertica, perennemente dibattuto fra due fazioni, quella settentrionale, e quella meridionale, specialmente per il possesso di un artifatto che garantirebbe il futuro della razza stessa, se posseduto, e che si trova proprio al centro dell'universo giocabile, ad aspettare di essere conquistato e far quindi nascere l'esigenza della storyline dei "precedenti" sequel.

La campagna single player è senza dubbio quella centrale, quella più importante e su cui la Blackbird Interactive si è giocata tutte le sue carte. Nonostante si possa accusare una certa scarsità di differenziazione nelle mappe, il gioco, da un punto di vista del gameplay,è ottimo. E come tutti i prodotti che raggiungono l'eccellenza non ha bisogno di miliardi di feature diverse per sconvolgere o distrarre il cervello strategico del giocatore, ma offre semplici operazioni che si possono compiere sulle macro unità, non rendendo assolutamente indispensabile in ogni momento intervenire su quelle singole.

In questo modo il fulcro del gioco rimane costantemente la tattica, la tensione relativa alla propria posizione sul territorio, che alterna parti pianeggianti ad altre in cui le dune la fanno da padrone ed offrono interessanti spunti per coperture, imboscate, cambi di strategia improvvisi a seconda delle necessità del momento. Inoltre, il fatto che da una missione all'altra la propria armata rimane la stessa, senza rigenerare le perdite subite, costringe chi gioca ad esasperare il concetto di attenzione che in altri RTS simili spesso manca, colpevolmente.

Da un punto di vista prettamente estetico il cambio di setting non influisce sulla bellezza del contesto, anzi.
Da un punto di vista prettamente estetico il cambio di setting non influisce sulla bellezza del contesto, anzi.

Non mancano, per completezza, anche altre modalità come lo skirmish o il multiplayer dove si può controllare la fazione meridionale, che differisce vistosamente per mezzi tattici e quindi giova di un approccio totalmente diverso alla battaglia. Indubbio, però, che Homeworld: Deserts of Kharak nasce per avere la campagna in solo come elemento cardine (dalla discreta durata, intorno alle 8/10 ore), ed è su questo aspetto che gli sviluppatori si sono concentrati.

L'intelligenza artificiale dell'avversario rimane su buoni livelli, anche se alcune volte avremmo potuto pretendere di più da un gioco che si propone come un punto di riferimento per le tre dimensioni strategiche, ma niente che possa farci passare la voglia di considerare il nuovo prequel/sequel di Homeworld come un sicuro pretendente al titolo di miglior RTS dell'anno in corso.

E se in un primo momento sembrava che questo dovesse essere un prodotto con un titolo ed un destino assolutamente diverso, rendiamo merito sia ai "resti" di Relic che al nuovo corso Gearbox per non essersi lasciati sfuggire l'occasione di trasformarlo in una "spiegazione" degli eventi della serie originaria, dandoci in pasto, nel frattempo un gameplay spettacolare.

Semplice, efficace, divertente, ma difficile da padroneggiare, Homeworld: Deserts of Kharak, centra il bersaglio e ci convince.

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