The Last of Us porta l'arte del videogioco ai massimi livelli - mai raggiunti prima a mio modo di vedere

Provate ad immaginare se un giorno, all'improvviso, tutto ciò di cui è composta la vostra quotidianità smettesse di esistere. Niente più videogiochi, niente più serie TV, niente più social network, smartphone, calcio, niente di niente. E provate ad immaginare se la causa di tutto ciò fosse una devastante pandemia in grado di spazzare via la maggior parte della razza umana, costringendovi a vedere morire tutti i vostri famigliari e amici più cari: benvenuti nel mondo di The Last of Us.

Joel ed Ellie, i protagonisti, si ritroveranno "costretti" ad unire le loro strade senza staccarsi mai più, per fortuna. The Last of Us va ben oltre l'essere etichettato come un titolo basato su "zombie" con escrescenze fungine che spuntano dal cervello degli infetti. Ciò che rende la produzione di Naughty Dog unica nel suo genere è il rapporto che intercorre tra i due che, volenti o nolenti, li porterà a far riaffiorare il loro passato, travagliato dalle esperienze di un mondo letteralmente impazzito.

Joel è un uomo nato e cresciuto nel periodo pre-pandemia, segnato nel profondo del cuore dalla morte della figlia Sam. La perdita, avvenuta vent'anni prima, influenzerà attivamente gran parte delle sue scelte, del suo mood, compresa la relazione con Ellie che gli ricorda involontariamente la figlia defunta nell'aspetto, nell'età, ma soprattutto nel carattere.

D'altronde non ci si può aspettare altro da una ragazza nata e cresciuta nel mondo devastato dal caos, costretta fin dai primi anni di vita a lottare per la sopravvivenza impugnando armi per tenere lontano un destino di sofferenza e morte. Ciò che unifica e rafforza il suo rapporto con Joel è l'esperienza di vita segnata anch'essa dalla perdita, dalla morte di un'amica. La sua migliore amica Riley, che abbiamo avuto modo di conoscere nell'unico DLC per il single player rilasciato ad oggi da Naughty Dog, lo struggente Left Behind.

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La relazione tra Joel ed Ellie muta continuamente, partendo dall'essere fredda e distaccata fino diventare un vero e proprio rapporto padre-figlia. Ciò che li farà incontrare sarà la missione di Joel: proteggere Ellie durante un viaggio lungo tutto il paese per consegnarla alle Luci, un'organizzazione nata poco dopo la diffusione della pandemia e alla costante ricerca di una cura. A rendere la ragazzina speciale ed appetibile per Le Luci sarà la sua totale immunità a qualsivoglia tipo di infezione e, proprio per questo motivo, sarà la portatrice della cura che potrebbe risollevare il mondo.

The Last of Us può essere definita tranquillamente un'esperienza di vita, piuttosto che un gioco. Ciò che il titolo di Naughty Dog riesce a trasmettere è di gran lunga superiore rispetto all'offerta attuale del panorama videoludico.

Una volta concluse le avventure di Joel ed Ellie potrete vantare di aver vissuto insieme a questi ultimi circa 15 ore della vostra esistenza, in un viaggio fatto di morte, violenza, precarietà, paura e solitudine. Tutte sensazioni che escono perfettamente dallo schermo e puntano dritto al vostro cuore, attraverso le espressioni e gli accattivanti dialoghi dei numerosi protagonisti primari e secondari.

La cura maniacale di Naughty Dog nel costruire il mondo di gioco non fa altro che renderci ancor più partecipi dell'apocalisse. Nulla è lasciato al caso, e numerosissimi indizi sparsi per la mappa di gioco riportano indietro nel tempo: un orsacchiotto, una foto, un biglietto, una registrazione, tutte piccole parti di quella che era la vita, prima della morte. Indizi che danno un'idea della speranza prima del caos in cui è versato il mondo negli ultimi anni.

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Zone di quarantena ormai abbandonate, campi di rifugio, prefabbricati per curare i malati e i feriti, tutto andato letteralmente a puttane. A farne da padroni ora, oltre agli infetti, sono gli sciacalli, umani non ancora vittime della pandemia che cercano in ogni modo di razziare i passanti per raccogliere più provviste possibili per la loro sopravvivenza.

The Last of Us porta l'arte del videogioco ai massimi livelli - mai raggiunti prima a mio modo di vedere - riuscendo nell'impresa di emozionare veramente anche chi quelle avventure le vive dall'altra parte dello schermo con in mano il DualShock. È quasi del tutto inevitabile provare empatia verso i protagonisti, che essi siano primari o secondari, vivendo insieme a loro traumi, incertezze, paure e la costante sensazione di precarietà. Noi siamo Joel, Ellie, Sam, Riley, l'infetto, il capo delle Luci. Noi siamo parte integrante del mondo disastrato e, insieme ad esso e ai suoi abitanti, sentiamo dentro di noi d'essere davvero l'ultimo di noi.

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