È stato un anno e mezzo turbolento, quello trascorso dall’uscita di Ground Zeroes al primo settembre 2015. Un percorso pieno discutibili diatribe tra Konami e Hideo Kojima, un duo che, almeno negli ultimi tempi, sembra aver messo da parte gli screzi personali in nome di uno dei più imponenti giochi dell’anno: Metal Gear Solid V: The Phantom Pain. Una storia di vendetta nata dalla mente di uno game designer più ispirati della Terra, un artista che riesce finalmente a realizzare le ambizioni di 28 anni di lavoro con un’opera mastodontica di cui è impossibile non notare il tocco autoriale.

Della serie Metal Gear si è sempre detto che fosse fin troppo legata al mondo del cinema perché spesso alle prese con filmati che occupavano gran parte delle sessioni di gioco. Le cose sono cambiate grazie alle tecniche di sviluppo e le possibilità degli hardware moderni, che applicate sin da Ground Zeroes hanno permesso la realizzazione di una vision potente e giocabile, che rimane tuttavia legata a una cultura profondamente e squisitamente cinematografica. Già dal marzo del 2014, infatti, con quella sua gloriosa esecuzione in un unico piano sequenza, ben prima di essere un racconto sublime, Metal Gear Solid è diventato il videogioco di spionaggio per antonomasia.

Sarebbe crudele elencarvi le virtù di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain parlandovi apertamente delle sue vicende e del suo andamento narrativo, quindi non abbiate timore: leggendo le parole che “giustificheranno” il 10 che campeggia qui in alto non troverete alcuna anticipazione o dettaglio su dei particolari che finirebbero per rovinarvi l’esperienza più di quanto non stiano facendo le ondate di post sparsi in rete in queste ore. Procediamo perciò allontanandoci dalle lande degli spoiler per capire perché The Phantom Pain è fieramente un videogioco d’autore.

Manco a dirlo, quello che stupisce di più in MGS V: The Phantom Pain sono le meccaniche di gioco aperte, varie e dipendenti dal metodo scelto dal giocatore di missione in missione. Più che open world, la struttura della nuova avventura di Big Boss è infatti priva di paletti e dei pre-confezionamenti tipici delle produzioni tripla A. Ogni incarico si svolge in totale libertà, con un ventaglio di opzioni che vanno dal puro stealth al più deciso degli approcci da sparatutto in terza persona. Una formula incantevole, che, condita da un’imprevedibilità e un’intelligenza artificiale fuori dal comune, diventa semplicemente irresistibile, oltre che estremamente divertente.

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Meglio equipaggiare un silenziatore...

Pensate a una missione in cui dovete far fuori un trio di comandanti russi intenti a discutere tra le mura di un casa di un villaggio opportunamente sorvegliato. È la situazione dell’episodio sette, che dopo qualche tentativo ho affrontato in pieno giorno strisciando amabilmente tra le abitazioni afghane, non prima di averle studiate in lontananza. Arrivato nelle vicinanze dell’obiettivo ho addormentato i soldati di vedetta e, aiutato da un’improvvisa tempesta di sabbia, mi sono intrufolato all’interno dell’edificio per strangolare i tre malcapitati. The Phantom Pain ha però deciso di sorprendermi con una disposizione dei nemici diversa rispetto a quelle immediatamente precedenti, costringendomi a impugnare il fucile in stile Rambo e a dileguarmi correndo disperato in sella al cavallo subito dopo.

L’intelligenza artificiale dei nemici, fiore all’occhiello di un gameplay densamente strutturato, tiene conto delle azioni del giocatore andandosi ad adattare col tempo. Non pensate pertanto di poter sparare alla testa degli avversari con la pistola tranquillizzante all’infinito, perché le truppe si attrezzeranno con dei caschi per rovinarvi la festa e farvi cambiare stile di gioco prima di quanto possiate immaginare.

La tattica e lo studio dell’ambiente circostante sono una componente fondamentale di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain: c’è sempre più di una via da intraprendere e vi stupirete di come, guardando dei video della missione che avete appena faticosamente concluso o osservando un vostro amico giocare, gli stessi incarichi possano seguire tutt’altro svolgimento. In questo senso, pensare che passare per la porta principale, magari chiamando il supporto aereo per eliminare la fanteria pesante, nell’episodio dodici sia l’unico modo per proseguire diventa dannatamente sbagliato, visto che c’è sempre una stradina sottostante o un percorso più lungo e silenzioso per arrivare dalle parti di quell’irraggiungibile container.

Attuare una determinata strategia assume sfumature specifiche e ancora più stratificate una volta sbloccati tutti i buddy. Nonostante preferisca dichiaratamente l’azione solitaria, in The Phantom Pain Big Boss ha infatti approvato lo svolgimento degli incarichi in compagnia di alcuni preziosi aiutanti. Oltre all’instancabile D-Horse, a circa metà delle missioni principali avremo a disposizione per il dispiegamento: Quiet, la letale e bellissima cecchina a cui impartire ordini e diversivi; DD, il fedele e iconico cane lupo per scovare e azzannare i nemici; e D-Walker, il bipede robotico utile soprattutto nelle situazioni più agguerrite.

Il design dei personaggi è superlativo.
Il design dei personaggi è superlativo.

I buddy fanno parte dell’equipaggiamento, che va scelto con cura all’inizio di ogni missione selezionabile dall’iDroid con tanto di suggerimenti e dritte. Questo non vuol dire che non sarà possibile cambiare le proprie decisioni, perché il duttile dispositivo di Snake tornerà utile in qualsiasi situazione: dai rifornimenti al cambio di compagno, passando per attacchi di supporto e voli d’estrazione, le vostre richieste non avranno alcun limite. Ammesso che abbiate abbastanza GMP (la valuta del gioco) a disposizione…

Ma come si ottengono i GMP? Oltre che completando gli episodi, la moneta di The Phantom Pain è strettamente legata alla gestione delle risorse e il personale della Mother Base. Vero e proprio gioco nel gioco, la Mother Base altro non è che una fondamentale componente strategica dell’ultima fatica di Kojima Productions. Derivata dalla sua ottima controparte di Peace Walker, la base delle operazioni dei Diamond Dogs diventa subito necessaria per potenziare l’armamentario di Big Boss, che in alcuni casi potrebbe addirittura risultare obsoleto di fronte alle sfide proposte dalle missioni principali e non. Una volta presa familiarità con il sistema Fulton, gli strambi palloncini con cui estrarre e arruolare soldati o trasferire praticamente qualsiasi cosa dal campo di battaglia, interfacciarsi e raggiungere la Mother Base diventa un piacevole intermezzo, non solo per tirare il fiato, ma anche per avere modo di organizzare le idee.

È proprio da quelle parti che, tra un volo e l’altro, avrete modo di approfondire il racconto con le immancabili registrazioni audio. The Phantom Pain, abbracciando un gameplay più solido e presente e una metodologia di narrazione più contenuta, si è avvicinato ancora di più alla ricerca dei dettagli e al piacere di scoprire determinati aspetti della storia tramite delle cassette ricche di splendidi dialoghi. Attenzione, questo non vuol dire che la componente narrativa, da sempre punto focale della serie, abbia subito un contraccolpo. Anzi, sono di tutt’altro parere. Concentrandosi sulla struttura episodica, Hideo Kojima è riuscito a tirare fuori dei momenti potentissimi, scritti e diretti con le più virtuose tecniche di sceneggiatura e regia.

La trama, cupa e profonda per temi e messa in scena, avanza lentamente, ponendo il giocatore in un vorticoso continuum possibile solo nel mondo dei videogiochi: il persistente silenzio del protagonista e l’utilizzo delle telecamere che passano consapevolmente dalla prima alla terza persona (e viceversa) contribuiscono a un’immedesimazione imponente e totalizzante, che rende intense le brevi sequenze filmate. Delle soluzioni che nascono da un autore con un amore e una cultura cinematografica senza precedenti, che sfoga la sua voglia di raccontare visivamente la profondità dei suoi personaggi tra handycam e suggestivi lens flare.

From "The Man Who Sold The World".
Da "The Man Who Sold The World".

Si è parlato tanto dell’importanza di Hideo Kojima alla guida di una serie che ha significato e significa tanto per il nostro medium, e temo che, al netto di tutti gli sconfinati aspetti positivi del gameplay attribuibili soprattutto al team di sviluppatori, il suo inconfondibile marchio di fabbrica sia necessario per la riuscita di Metal Gear. Persino gli accostamenti musicali, vicini alla favolosa epoca degli anni ’80 in cui è ambientato il gioco (Midge Ure, Joy Division e The Cure vi dicono qualcosa?) e in alcuni casi fedeli alle tematiche narrate, non sono lasciati al caso nei momenti cardine dello svolgimento.

Tecnicamente parlando, posso ritenermi complessivamente soddisfatto della resa grafica della versione per console di nuova generazione. Su PlayStation 4 i 1080p e 60fps fanno il loro dovere con un dettaglio e una fluidità appaganti, lasciando al comparto artistico il dovere e la possibilità di stupire il giocatore: vista la grandezza delle location e la natura tendenzialmente cross-gen dello sviluppo, non siamo certo di fronte a uno di quei prodotti per cui urlare al miracolo, ma l’esperienza finale è di indubbiamente tra le più godibili attualmente sul mercato. Inoltre, Metal Gear Solid V: The Phantom Pain non è certo esente da piccolissimi difetti, ma mi sento di segnalare esclusivamente la relativa vuotezza del mondo di gioco: tra un avamposto e l’altro permane una sensazione di solitudine che viene furbamente giustificata dalle ambientazioni desertiche.

A tutto il discorso va aggiunta anche la componente multiplayer, che si divide in Metal Gear Online (in arrivo a ottobre) e Forward Operating Base, una sezione della Mother Base aperta all’infiltrazione da parte di altri giocatori che purtroppo non abbiamo avuto ancora modo di testare per via della momentanea instabilità dell’infrastruttura. Avremo modo di analizzare entrambi gli aspetti in separata sede proponendovi un approfondimento quando i tempi saranno maturi.

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è uno di quei giochi giapponesi nell’anima, devoti alla perfezione e al divertimento come ai tempi d’oro del game design della terra del Sol Levante. Un titolo che rapisce e ingloba il giocatore in un mondo di sensazioni indescrivibili, che rimarranno senza dubbio scolpite nel tempo. Concedetevelo tralasciando qualsiasi altra uscita: The Phantom Pain è l’impegnativa summa di una saga ambiziosa, che con coraggio è riuscita ad abbattere i suoi limiti per entrare in pianta stabile nell’Olimpo dei videogiochi. Poco importa cosa deciderà di fare Konami, per ora godiamoci questo nuovo, immenso e imprevedibile “A Hideo Kojima Game”.

Serve una mano con Metal Gear Solid V: The Phantom Pain? Ecco le nostre guide...

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