Nei primi tre episodi di Life Is Strange abbiamo imparato a conoscere Max, Chloe, tutti gli altri personaggi che frequentano o gravitano attorno alla Blackwell Academy, abbiamo ficcato il naso in eventi paranormali ed oscure profezie. Nel frattempo Max ha cercato di rimettere in sesto la vita di una povera disgraziata, finita in un giro di persone al limite del sociopatico.

E, alla fine di Chaos Theory, lei si è scontrata con una verità decisamente violenta ma vecchia come la storia delle storie che riguardano i viaggi nel tempo: non si può cambiare definitivamente il corso degli eventi.

Dark Room, quarto episodio della serie, riprende proprio da quella sgradevole situazione che il finale del terzo episodio ci aveva posto davanti. Lo fa, come suo solito, con eleganza e delicatezza, senza cercare la lacrima facile o il momento emotivo da piazzare per forza davanti agli occhi del giocatore.

Ed è questa una delle cose per cui si contraddistingue Life Is Strange nell’olimpo ristretto dei videogiochi che provano ad offrire “esperienze cinematografiche”: l’opera di Dontnod ci riesce, a differenza di chi prova ad infilare una cutscene d’effetto in mezzo a quaranta minuti di sparatorie.

Dark Room dimostra ancora il talento dello studio e di chi si occupa della sceneggiatura del gioco, e lo fa in più occasioni. Una di queste avviene durante la sequenza iniziale di cui sopra in cui, ancora una volta, Max è di fronte alla possibilità di compiere una scelta, ad opinione di chi scrive la più difficile proposta finora dalla storia.

Le emozioni sono assicurate in Dark Room.
Le emozioni sono assicurate in Dark Room.

Lo zenit dell’episodio Life Is Strange lo raggiunge nella parte iniziale che, per esigenze narrative, non può spingersi fino all’estremo visto che le vicende coinvolgono un personaggio fondamentale per il seguito della storia.

Si tratta quindi di una sequenza che rimane gioco forza a sé stante - a prescindere dalla scelta che viene effettuata - ma non per questo è dozzinale, anzi. Per ciò che succede, per la delicatezza con cui viene esposto un tema che delicato non lo è per niente, questi primi minuti di gioco possono definirsi quasi “accademici” in un certo senso, per il mondo dei videogiochi e la vita in generale.

Ovviamente succede molto altro in questo episodio che a caldo potrei definire il migliore della serie finora. I toni si fanno molto più oscuri, come la “camera” da cui prende il nome l’episodio, e si iniziano a chiudere alcune tracce dell’intricato groviglio predisposto da Dontnod.

L’episodio è inoltre più lungo e corposo dei precedenti, c’è tanto da fare tra elementi secondari e storia principale, ci sono anche molti momenti prettamente “ludici”, cosa che mancava nei precedenti episodi. Il ritmo generale dell’episodio non è del tutto esaltante ma, al contrario dei primi tre capitoli, stavolta non si avverte la noia in nessuna delle sue parti, proprio a causa della trama che inizia a districarsi notevolmente.

La storia si fa più tetra.
La storia si fa più tetra.

Continua ad affacciarsi lo spauracchio della fine del mondo, tra animali trovati inspiegabilmente morti e strani eventi astronomici, mentre tra le due protagoniste nelle vesti di insolite detective aleggia un’aura strana, forse visibile solamente dal giocatore, che diviene palese nel finale.

Nathan, Rachel e molti altri tasselli della storia iniziano ad andare al loro posto, non sempre piacevole e rilassante ma semplicemente quello che gli spetta. Dark Room non fa sconti e dimostra ancora una volta come Dontnod voglia scrivere e raccontare la propria storia, senza compromessi.

Il quarto episodio di Life Is Strange è quindi riuscitissimo in ognuna delle sue parti. La parte iniziale è incredibilmente d’impatto e, se il ritmo in quella centrale rallenta un po’, è nel finale che Dark Room esplode tutto il suo potenziale espressivo con una combinazione velocissima e violenta di due colpi di scena da fermare il fiato in gola.

A livello tecnico purtroppo il gioco continua a mostrare pericolosamente il fianco, già martoriato da mesi a questa parte. C’è una sequenza (la più ricca e caotica finora) ambientata in un locale chiuso, con molte luci e persone, dove il frame rate cala vertiginosamente e mette un freno all’eccitazione del momento nello scoprire i molti dettagli nascosti.

Le indagini proseguono.
Le indagini proseguono.

Arrivati a questo punto, visti gli elevati valori a livello narrativo, il lato tecnico passa definitivamente in secondo piano in Life Is Strange, ma rimane l’amarezza nel sapere che, probabilmente, con una manciata di soldi e tempo in più Dontnod poteva fare veramente il colpaccio e confezionare il capolavoro per definizione.

A questo punto non ci resta che aspettare il finale, al termine del quale potremmo capire cosa rappresenta Life Is Strange per l’intera industria del videogioco. Molti sono i dubbi da sciogliere e bisognerà capire come Dontnod intenda risolvere le vicende nell’ultimo episodio che, su questo non ci sono dubbi invece, sarà sicuramente d’impatto in un modo o nell’altro.

A prescindere da questo Life Is Strange dimostra ad ogni sua apparizione di essere un gioco ben più che meritevole di ogni lode, per il coraggio nel raccontare storie di un certo tipo con un ritmo rilassato, senza sparatorie o momenti d’azione fini a sé stessi.

Ogni momento è importante come tutto il resto e va assimilato con il giusto ritmo, niente è raccontato o inserito a caso all’interno del gioco. A questo proposito ricordatevi il cerbiatto che ogni tanto importunava Max: Dark Room rivelerà il motivo della sua esistenza, e quando lo capirete sarà inevitabilmente troppo tardi.

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