La tematica del viaggio, tanto trattata in altri media come il cinema e la letteratura, non ha mai trovato una grande sponda nel mondo dei videogiochi. Che sia viaggio in senso stretto o interiore, infatti, non se ne sente parlare spesso dalle nostre parti e questo non è certo un buon segnale: il viaggio fa sognare, se non è sogno stesso, ispira, agita o concilia. Tira fuori, insomma, il meglio da ognuno di noi.

Journey è basato su un po’ tutti questi princìpi, nascendo dall’ispirazione intimistica del viaggio e concretizzandosi turbolentemente in quella più pacifica, dove l’essere umano, per natura indomabile, trova la pace che ha a lungo cercato.

La versione per PlayStation 4 di questo titolo, uscito per PS3 nel piuttosto lontano 2012, arriva per mano dello studio inglese Tricky Pixels opportuna più che mai. Sabbia a parte, con la sua durata estremamente ridotta Journey si presta bene a sessioni di recupero o run ulteriori, utili a cogliere sfumature e sensi che, nella concitazione della prima corsa, potrebbero essere andati perduti.

Oltre che corto – l’ho portato a termine in due ore nette -, Journey è anche semplice nelle meccaniche di base. Tutto ciò che occorre sapere sta nel salto: recuperando delle effigie sparse per un mondo abbandonato e arabeggiante, infatti, è possibile abilitare il salto e in una fase successiva la capacità di librare a tempo nell’aria.

Questi simboli servono pure a sbloccare dei portali, tramite i quali ci si muove da un punto all’altro delle mappe del gioco, e si riesce, infine, ad arrivare al termine di questo breve ma quanto mai soddisfacente viaggio videoludico.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=qOdgayllgc4[/youtube]

Un paio di cose continuano a sorprendermi di Journey. In primis, tornando sul tema della durata, il fatto che io non gli avrei dato neanche un minuto di gameplay in più. Per me due ore sono il tempo perfetto per racchiudere non solo il gioco stesso ma anche il messaggio che al suo interno Jenova Chen e il team di thatgamecompany hanno voluto racchiudere.

Protraendolo per più tempo, infatti, si sarebbe corso il rischio di incappare in una porzione di gioco simile a quella parte centrale che a mio dire non è all’altezza delle restanti. Voi direte: un titolo così breve lo dividi pure per parti. Io vi dirò: sì, è proprio con produzioni così brevi che ha senso prendere la lente d’ingrandimento e fare le dovute suddivisioni.

Perché, se sei bravo, è facile per te prendere un’intuizione, farla videogioco e suscitare emozioni (parte iniziale), ma poi devi dimostrare che oltre all’idea c’è di più. Ed è nel tentativo di dimostrarsi (anche?) gioco che Journey vacilla un po’, sia perché non esprime mai la reale e concreta intenzione di esserlo, sia perché limitato da quelle stesse meccaniche elementari descritte poc’anzi.

Ma, proprio mentre ci si chiede perché Journey sia stato tanto lodato da stampa specialistica e pubblico, ecco che arriva il finale. Che, come per ogni viaggio giunto al termine, è toccante, e in questo caso rivela la sensibilità, trasparita pure da quell’inizio ispirato, dell’autore videoludico. Un finale muto che è così compiuto da non necessitare di parole per strappare lacrime e applausi.

11794471_10207133827084892_3211475611511776032_o
I primi secondi del gioco illustrano con eleganza ed essenzialità (e il contributo della colonna sonora) la meta del viaggio.

L’altra componente che lascia quasi senza fiato è la cooperativa. Non tanto per il suo funzionamento senza intoppi o perché capace di aggiungere chissà quale valore al gameplay, ma perché si innesta in una maniera così delicata nel gioco da far pensare che sia essa stessa, in realtà, il messaggio dello sviluppatore. Il movente, il mezzo e il fine di questo simbolico viaggio che, contrariamente alla tradizione, è un viaggio per ritrovare sé stessi nell’altro e non nella riflessiva solitudine.

Disponibile al prezzo di €14,99, Journey per PS4 ha caratteristiche uniche legate esclusivamente al comparto tecnico, portato a 1080p e 60fps mentre la release per PlayStation 3 gira a 720p e 30 fotogrammi al secondo.

Non posso dire che il gioco faccia salti in avanti né che ne avesse bisogno, semplicemente vi farà piacere notare una maggiore fluidità specie nelle sezioni di esplorazione nella sabbia e in quelle stealth, dove magari avreste chiesto movimenti più rapidi per arrivare subito al dunque. In due ore tonde tonde, ho notato giusto un paio di lievi rallentamenti, quindi sembra sia filato tutto liscio in fase di porting.

In conclusione, Journey rimane uno dei titoli che, volente o nolente, ha definito la scorsa generazione di console, spingendo nei successivi tre anni a cercare alternative serie al solito spara spara. Se avete giocato l’originale e vi fareste volentieri un secondo giro, o peggio non lo avete mai provato, quella dell’uscita su PS4 è davvero un’occasione da non lasciarsi sfuggire.

[header_banner]