Il paragone fatto è dozzinale, frettoloso e pressapochista, ma tutto sommato potrebbe non avere tutti i torti

La pietra dello scandalo della settimana scorsa nel magico mondo di Internet è stata la recensione di Mad Max: Fury Road ad opera di Paolo Mereghetti, critico cinematografico e giornalista del Corriere della Sera.

La frase che abbiamo visto rimbalzare in giro per la rete è quella che cito nel titolo, che poi non è una citazione esatta ma così fa ovviamente più effetto e genera più click, ed ha comprensibilmente scatenato le ire di tutti i videogiocatori italiani che bazzicano sulla rete.

Da un lato quelli che hanno criticato le parole del critico molto aspramente, tra cui il sottoscritto, e dall'altra chi critica i critici del critico e credetemi, non so quale dei due schieramenti sia il peggiore.

Al Mereghetti non è piaciuto l'ultima opera di George Miller, ci sta. Non è questa la sede per discutere del film e dell'opinione del critico del Corriere, non parliamo di cinema in questo sito e io non ho né l'esperienza, né tanto meno la sua cultura cinematografica, per poter esprimere un giudizio al riguardo. Ma visto che il "senso critico" non si applica solo nel lavoro ma anche, e sopratutto, nella vita, me la sbrigo velocemente con due parole dicendo la mia.

Che Mereghetti sia un personaggio un po' così è indubbio, in fondo è la stessa persona che ha dichiarato che Lo Hobbit è "il volume con cui l'autore inglese aveva sfruttato il successo del Signore degli Anelli immaginandosi un prologo". Bastava una ricerca su Wikipedia per non cadere in una gaffe del genere, ed essere un professionista con decenni di onorata carriera non fa che aggravare la situazione.

Sono andato al cinema a vedere Fury Road aspettandomi un buon film caciarone, ne sono uscito con la consapevolezza di aver visto un lungometraggio d'azione come ce ne sono stati pochi nella storia.

Da qui faccio fatica a capire come Mereghetti possa essersi "annoiato" con delle sequenze action pensate e girate magistralmente. Peggio ancora come non abbia visto una storia che è raccontata per immagini in modo geniale, oppure come possa solo pensare di apporre come negatività al film il fatto che Charlize Theron è "vergognosamente imbruttita", quando proprio perché è stupenda, nell'aspetto, nelle movenze e nella recitazione, che il personaggio di Furiosa diventa così straordinario.

Ma qui camminiamo nel sottile confine tra la soggettività e l'oggettività, potremmo parlare del concetto di "critica", del fatto che siamo ancora al solito assunto per cui "videogiochi uguale divertimento per bambini", e di come, a mio parere, sia necessario approcciarsi ad un'opera (qualsiasi sia il suo medium di riferimento) lasciando a casa i propri gusti personali, ma usufruendone per quello che è, magari anche studiando un po'.

Perché come Mereghetti non sa che Lo Hobbit è stato scritto circa un ventennio prima de Il Signore degli Anelli, magari non sa neanche che Mad Max: Fury Road ha solo il 20% di CGI ed è stato girato per il restante con attori, stuntmen e scenografie vere, non come buona parte delle produzioni di Hollywood realizzate per la maggior parte da computer grafica ed effetti speciali. Quelli sì che sembrano videogiochi sul grande schermo.

Avevo detto che me la sarei sbrigata con due parole e ne ho già spese troppe, passiamo al punto centrale. Una volta smaltito l'entusiasmo e la necessaria copertura editoriale per The Witcher 3, ho speso due minuti per riflettere sulle parole del giornalista, in particolare sulla frase "questo film più che un film è un videogioco" (questa è la vera citazione) e, alla fine, ho capito che tutto sommato ha ragione.

Sono necessarie delle premesse: cosa intende Mereghetti con questa frase? Qualcosa del genere: "Mad Max: Fury Road è caciarone, pieno di effetti speciali e sparatorie come un videogioco". Ovviamente è una frase che ha dell'esilarante. Il paragone fatto è dozzinale, frettoloso e pressapochista, ma tutto sommato potrebbe non avere tutti i torti.

Paolo Mereghetti.
Paolo Mereghetti.

Successivamente il critico dice, riguardo al film "che è come un videogioco", che annoia ed è un divertimento per bambini. Per proprietà transitiva, quindi, i videogiochi annoiano e sono divertimenti per bambini. Dietro l'assoluta ignoranza del giornalista, nonché la mancanza di padronanza del medium "videogioco" che non gli farebbe distinguere Call of Duty da Candy Crush Saga, c'è però un barlume di ragione. 

Se è vero che ci sono videogiochi che forniscono una ricchezza narrativa, un immaginario, e in generale un'esperienza che molti film si sognano, c'è anche dell'altro. C'è tutto quell'enorme settore dell'industria che puzza di patatine fritte e Coca-Cola fatto di testosterone, sparatorie, pubertà ostentata e trailer fatti a ritmo di musica dubstep.

Ne parliamo spesso su queste pagine ed è il motivo per cui, puntualmente, tra un servizio indignato di Striscia la Notizia e un massacro messo in atto da un maniaco associato alla sua passione per Counter-Strike, ci ritroviamo pure un film paragonato ad un videogioco in senso dispregiativo.

A fronte di tanti titoli che provano a scuotere lo status-quo, ci sono tante opere che non fanno altro che cavalcare gli stessi temi che andavano di moda negli anni '90 perché vendono ancora da far schifo. Questa è una industria che non cresce e non ha nessuna intenzione di farlo.

Cosa dirà Mereghetti del videogioco di Mad Max, che è noioso come il film?
Cosa dirà Mereghetti del videogioco di Mad Max, che è noioso come il film?

I Call Of Duty e i Battlefield sono i "videogiochi" a cui si riferisce Meneghetti, così come tutti quei prodotti che non offrono niente che non sia un sano rincoglionimento da sparatorie, trame banali o inesistenti ed esperienze uguali ogni anno.

Non c'è niente di male in questo genere di titoli, sia chiaro, d'altronde se al cinema coesistono i film di Sorrentino e i blockbuster della Marvel, non vedo perché sugli scaffali dei negozi di videogiochi non ci possano essere Battlefield: Hardline a fianco di Life Is Strange (nella finzione necessaria per immaginarcelo scatolato). L'importante è non lamentarsi se, per i poco esperti, i videogiochi sono sempre quelli di una volta.

Ad un inesperto come Meneghetti, in fondo, è difficile chiedere più di tanto. Tra quello che si vede nelle pubblicità, come gli spot di Assassin's Creed con la musica dubstep che piace tanto ai giovani, nei video degli youtubers che giocano all'fps del momento, pagati e sponsorizzati spesso dall'azienda, e le news che girano nella rete come il bombardamento che negli ultimi 45 giorni c'è stato per The Witcher 3: Wild Hunt, si fa fatica a vedere oltre il mercato "mainstream".

Le cose si stanno evolvendo, ma questo lo sappiamo solo noi. Ancora una volta ci ritroviamo a parlare dell'immagine del videogioco presso il pubblico "di massa", questa volta rappresentato da Paolo Meneghetti, che magari non capisce di cinema moderno e di videogiochi, ma non è altro che la rappresentazione della demografia dell'utente medio di oggi: un soggetto poco incline ad informarsi, capace di vivere solo passivamente questa passione e annoiato, al contrario degli spettatori che hanno visto Mad Max: Fury Road.

[header_banner]