C'è una cosa che ho notato negli ultimi anni: alla fine, chi si lamenta dei videogiochi fa parte di una vera e propria Casta.

Chi, come me, per noia o necessità naviga diverse ore nella rete ogni giorno, avrà notato come da qualche settimana ci sia stato un accanimento contro il mondo dei videogiochi. Ormai siamo abituati, noi videogiocatori abbiamo le spalle larghe, però insomma dà sempre fastidio leggere e sentire certe cose.

Non pensate male, non c’è stato nessun accordo o complotto nella serie di articoli e servizi succedutisi negli scorsi giorni, solo una serie di coincidenze. Abbiamo iniziato con l’ormai famoso intervento nel blog del Corriere della Sera ad opera di Sabrina Salvadori, la pediatra che sosteneva che i videogiochi allenassero alla violenza, poi c’è stato l’attentato a Charlie Hebdo e anche lì qualcuno ha avuto il coraggio di scaricare la colpa sui videogiochi, con una tesi a dir poco oltraggiosa secondo cui gli attentatori volevano ricreare una situazione vissuta in un videogame.

Nelle ore seguenti sono rimbalzati sulla rete articoli, podcast, interventi di varie personalità del settore e nel giro di qualche giorno tutto si è placato. Poi è arrivata Striscia la Notizia con un servizio che, dopo essermi stato segnalato da amici e conoscenti, ho voluto visionare sul portale Mediaset per vedere come poteva essere stato trattato stavolta l’argomento.

In un servizio del 23 gennaio scorso il noto tg satirico ideato da Antonio Ricci ha affrontato la solita questione dei “videogiochi violenti”. In un servizio di Max Laudadio si parla ancora una volta Grand Theft Auto V (attenzione: il gioco non viene mai menzionato durante il servizio, neanche fosse Voldemort) e di come sia preoccupante che un minorenne possa acquistarlo presso qualsiasi negozio senza nessun problema.

Dopo il solito telefonatissimo incipit per la serie “i videogiochi si sono improvvisamente evoluti mamma mia non ce ne siamo accorti”, viene spiegata sommariamente la dinamica del gioco: quella free roaming (secondaria peraltro, come tutti noi sappiamo) in cui si può passare dal commettere rapine ed omicidi al girovagare senza meta per Los Santos godendosi magari i panorami (cosa che ovviamente il buon Laudadio o chi per lui scriva i pezzi ha scelto di omettere dal servizio). Durante questo frangente vengono mostrate delle immagini del gioco rigorosamente offuscate. Ricordate bene questa parola: offuscate, tornerà utile più tardi.

Viene subito menzionato il fatto che in Italia non esiste nessun divieto di vendita ai minori di 18 anni, ma solo un organo chiamato PEGI, che come sappiamo ha il compito di segnalare i contenuti di un prodotto videoludico. In questo senso va dato atto allo staff di Striscia la Notizia di aver, se non altro, fatto un minimo di ricerca al riguardo. Cosa che non possiamo certo dire nel caso dell’articolo demenziale della Salvadori.

Proprio quando speravo che, una volta tanto, la stampa generalista avesse iniziato a trattare l’argomento con un certo giudizio, ecco che vengo puntualmente smentito.

Il PEGI quindi, continua Laudadio, non è un divieto ma solo un consiglio dato al negoziante riguardo all’età per cui è adatto quel gioco. Neanche il tempo di finire la frase che il cronista di Striscia domanda al pubblico con fare sornione: “Secondo voi, un negoziante che si trova davanti cento euro dati da un minorenne, che cosa fa, gli vende il videogioco?”.

Basterà questo ad avvertire i genitori?
Basterà questo ad avvertire i genitori?

Che domanda del cazzo, scusate il francese. Se un secondo prima viene specificato che non esiste nessun divieto, che bisogno c’è di fare una domanda retorica del genere? Quel negoziante deve lavorare e, se nessuno glielo vieta, il gioco lo vende senza problemi, al massimo accompagnando una spiegazione del prodotto e non c’è Max Laudadio che tenga.

Poi, già che ci siamo, andiamo anche a fare un giro nei supermercati a vedere quanti superalcolici vengono venduti ai minorenni ogni giorno, chissà che non ne esce fuori un bel servizio da 5 minuti.

Prima che mi dimentichi, durante il servizio c’è la solita musichetta di Striscia e vengono inserite le solite risatine registrate che abbiamo imparato a conoscere dal 1987 ad oggi. È bene rendere chiaro il contesto della situazione.

Parte il filmato registrato con le telecamere nascoste, in cui un ragazzino/a (non ho ben capito, la voce era camuffata) tenta di acquistare prima Grand Theft Auto V e poi Assassin’s Creed IV Black Flag in un paio di Gamestop. Il finto cliente fa anche delle domande provocatorie, chiede se può acquistarlo anche se è minorenne, chiede conferma del fatto che può compiere rapine, uccidere ed andare a prostitute. Il commesso ovviamente non fa altro che dire che non esistono divieti e, indovinate un po’, vende il prodotto.

Fila di giocatori o aspiranti terroristi?
Fila di giocatori o aspiranti terroristi?

“Com’è possibile che un minorenne possa tranquillamente comprare un gioco così violento e scorretto?” continua Laudadio, “e perché in Italia non esiste una legge vera e propria che vieta loro di farlo?”. Ehi, per caso è il momento di interpellare un esperto del settore? Un responsabile di GameStop Italia? Un redattore di una testata che tratta videogiochi? Macché: Max Laudadio va dai veri esperti come li definisce lui stesso, cioè Franca Biondelli, sottosegretario del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

“Lei pone un problema molto sentito dalle istutizioni e dalle famiglie, da medici e da psicologi, da tutti” interviene con tono greve l’onorevole, neanche stessimo parlando del tasso di disoccupazione italiana. La Biondelli dice che esisteva un decreto legge presentato sei o sette anni fa che, per ragioni non meglio specificate, “non ha mai preso il volo”. Sei o sette anni fa. Un problema sentitissimo, signora mia.

L’intervento della sig.ra Biondelli si conclude con la rassicurazione riguardo il fatto che c’è un grande impegno da parte delle istituzioni nel risolvere la cosa. Mentre il mio sopracciglio era arrivato ormai ad altezze vertiginose - mi succede molto spesso ultimamente - viene accesa una piccola fiammella di speranza da parte di Laudadio nella chiusa del servizio:

Nel frattempo facciamo un appello alle famiglie […] dei ragazzini che vanno a comprare questi giochi, controllate voi perché adesso non c’è una normativa, c’è solo un consiglio…

Fermiamoci un attimo a ragionare sul contenuto di questa inchiesta. Alla fine della fiera non abbiamo sentito niente di nuovo anche se, in mezzo ad un carosello di contraddizioni, Striscia la Notizia è riuscita a centrare un paio di punti importanti: la mancanza di legislazione adeguata e il necessario controllo da parte dei genitori.

Sul primo punto non c’è molto da dire, finché non verranno fatte delle normative adeguate si può imbrattare l’internet di tutti gli sfoghi indignati che vogliamo, i videogiochi possono essere venduti senza problemi. Sta al buonsenso degli addetti alla vendita spiegare il prodotto correttamente poi, se il genitore è disinteressato e vuole acquistare ad ogni costo il gioco, non si può certo impedire alla gente di crescere la propria prole come meglio crede.

Qualsiasi sia il decreto legge che verrà realizzato in un ipotetico futuro bisogna stare molto attenti: la storia ci insegna che il proibizionismo non ha mai portato a nulla di buono, inoltre la pesante censura che avviene in Germania ad esempio è solo dannosa per le vendite e per l’immagine del videogioco come medium.

La cosa più semplice sarebbe imporre delle sanzioni agli esercenti che vendono prodotti non adatti ai minorenni, così come ai genitori che li acquistano, un po’ come succede quando ti beccano a non avere lo scontrino fiscale fuori da un negozio. In questo senso però sarebbe arduo andare a scontrarsi contro grandi colossi come GameStop, di fatto rappresenterebbe un grosso bastone tra le ruote del carro delle vendite.

"Ma le mandiamo in onda le tette?" "Non sono pixellate, vai tranquillo"
"Ma le mandiamo in onda le tette?" "Non sono pixellate, vai tranquillo"

A proposito di censura e contenuti inappropriati, lo sapete cosa è andato in onda subito dopo questo servizio, inframezzato da un balletto delle veline con i soliti due stracci addosso? La classifica de “I Nuovi Mostri”.

Nella rubrica in cui si celebra il trash della televisione italiana e non, sono apparsi, tra gli altri: Santoro che fa il gesto dell’ombrello in prima serata, Joe Bastianich che gioca a “Marry Fuck Kill” con Daria Bignardi e Nina Moric che mostra le sue gradevoli tette per un minuto abbondante. Oh non fraintendetemi, a me i seni e la carne femminile piacciono assai, però è strano come le bocce ignude della Moric siano state ben visibili, mentre i seni digitali, coperti da vestiti tra l’altro, di Grand Theft Auto V siano stati offuscati per tutto il tempo. Mah, saranno sviste in fase di editing video, che vi devo dire.

Per il discorso dei genitori invece ci sarebbe molto da dire, non sono uno psicologo e non voglio certo atteggiarmi a tale, però lasciatemi dire la mia opinione al riguardo, magari un po’ terra terra ma cercate di capire, sono una persona semplice alle volte.

Il vero problema è che le generazioni successive alla mia, con le dovute eccezioni, sono state cresciute in modo svogliato e lascivo. Molti ragazzini vengono parcheggiati davanti alla tv e al computer che diventano surrogati educativi dalla dubbia utilità. Il risultato è che oltre a ragazzini che si fanno i selfie per poi pubblicarli su Facebook e chiedere “Quanto mi dai da 1 a 10?”, ci sono i gamer (concedetemi questo termine odioso) che chiedono e pretendono che i propri genitori acquistino loro qualsiasi gioco vogliano, e i genitori che non vogliono avere rotture di balle li accontentano per lamentarsi successivamente.

Trevor non è violento, è che il mimo soffre di insonnia ed ha bisogno di aiuto per addormentarsi.
Trevor non è violento, è che il mimo soffre di insonnia ed ha bisogno di aiuto per addormentarsi.

Nella mia gioventù non ebbi mai modo di giocare Postal, Grand Theft Auto o Carmageddon, una delle mie più grandi conquiste fu riuscire a giocare di nascosto con gli amici a Virtual Inseminator. Sebbene all’epoca fossi arrabbiatissimo con i miei genitori è proprio grazie al loro controllo che ho acquisito una certa sensibilità riguardo l’argomento “violenza” crescendo, la stessa che mi porta a non capire l’ossessione della gente per i film horror, la stessa che mi rende perplesso quando sento amici esaltarsi per le scene di sangue viste al cinema e nei videogiochi, la stessa che oggi mi permette di scrivere questo pezzo che nessuno leggerà.

I videogiochi hanno il PEGI, il nome e la copertina già danno una chiara idea delle tematiche trattate (sulla cover di Grand Theft Auto V non c’è Katy Perry che manda un bacino con la mano, per dire) e inoltre basta girare la scatola per leggere trama, contenuti e modalità di gioco inserite. Quando trovate un articolo del genere magari scritto da un genitore, o qualcuno sui social network si costerna, s'indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità, fate la vostra buona azione, copiate questa frase ed incollatela nei commenti: “Ma scusate, ai ragazzini chi li compra i videogiochi? Eh”.

Tornando alla questione della stampa specializzata c’è una cosa che ho notato negli ultimi anni. Alla fine, chi si lamenta dei videogiochi fa parte di una vera e propria Casta. Gente che si lamenta l’uno con l’altro, fomentandosi adducendo argomentazioni più o meno discutibili al tema “i videogiochi sono il male del mondo”, senza mai interpellare un vero esperto al riguardo.

Una volta c’era il Movimento contro la Disinformazione sui Videogiochi ma serve qualcosa di più. Serve farsi notare e far sentire la propria voce quando succedono cose del genere, un po’ come è successo per il caso dell’articolo della Salvadori sul Corriere. In questo senso il servizio di Striscia la Notizia è tra i migliori degli ultimi tempi al riguardo, certo pecca un po’ di presunzione e di incoerenza ma se non altro è riuscito nell’intento di centrare alcuni punti importanti.

In generale è l’ora che la stampa generalista si rivolga a degli esperti nel momento in cui decida di trattare l’argomento videogiochi, così come succede per ogni altra tematica del resto. Ormai esistono moltissime testate e moltissimi redattori con decide di anni di esperienza alle spalle, gli stessi PR di grandi publisher potrebbero in alcuni casi mettere in chiaro alcune questioni, le aziende, i responsabili delle grandi catene e via discorrendo.

Per fortuna c'è chi prova a fare informazione decente, anche in tv.
Per fortuna c'è chi prova a fare informazione decente, anche in tv.

Pensando a Mediaset stessa e Striscia la Notizia, perché non fare un salto a Gamerland, lo show di Italia Due? Che piacciano la conduzione di Dino Lanaro e i contenuti della trasmissione o meno, si tratta pur sempre di persone che sanno di cosa parlano e, in casi come questo, potrebbero essere interpellati per fornire un servizio migliore. In fondo, se dovessimo aprire una rubrica sull’uncinetto qui su Tell Me About Games non mi rivolgerei di certo a Paolo Brosio, piuttosto a una signora esperta nel punto croce.

La cosa più fastidiosa è la patina di gravità che viene impressa ogni volta al discorso, come se i problemi dell’Italia fossero tutti racchiusi dentro i negozi di videogiochi. I titoli videoludici del momento vengono trattati alla stregua del terrorismo a volte, la gente si indigna in modo incredibile, vengono tirati fuori discorsi sulla moralità, sulla corruzione delle menti, e tante alte robe da far accapponare la pelle e, alla fine, far sorridere.

Non so se arriverà mai un giorno in cui in Italia si potrà trattare un Grand Theft Auto V alla stregua di un film dei fratelli Coen o di un lungometraggio Tarantiniano (dai quali, peraltro, Rockstar ha pescato molte delle tematiche ricorrenti), di sicuro il fatto di avere pochi esponenti italiani della game industry non aiuta. Ho rivisto Django Unchained qualche tempo fa, ci sono delle sparatorie dove scorre più sangue che in reparto trasfusioni, eppure quella è arte e nessuno si è lamentato.

Mentre invece vivere una curatissima storia a tema gangster di due psicopatici e di un ragazzo finito in giri sbagliati, con una sceneggiatura di centinaia di pagine degna di un film di Hollywood, se non migliore in alcuni casi, quello sì che è un dramma che necessita la mobilitazione di associazioni, sedicenti esperti e l’allestimento di talk show dedicati.

A noi non resta che tenere duro e, quando possibile, cercare di fare la nostra piccola parte cercando di far chiarezza riguardo alcuni argomenti, senza salire sulle barricate ma con la ragione dei giusti.

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