In Italia qualcosa muore se non riesce a trasformarsi e andare incontro alle esigenze degli utenti

Circa tre anni fa ho ristrutturato camera mia. Nel mio garage ho deciso di montare un paio di scaffali, che poi sono diventati rapidamente quattro, poiché due di questi oggi traboccano di riviste scientifiche, fumetti e libri che oramai non leggo più. In mezzo a tante pagine, spiccano però le riviste di videogiochi, una passione scoppiata oramai tanto tempo fa, quando nella mia casa PlayStation 2 conquistò subito un posto d'onore vicino al televisore.

All'epoca non ero connesso a Internet e l'Inglese non l'avevo ancora imparato, dunque ero assolutamente un neofito dell'informazione videoludica. L'edicolante di fiducia mi aveva indirizzato verso le riviste maggiori che conquistavano il mercato nel 2003/2004 ed io avevo praticamente la prenotazione, mensilmente, delle riviste proprio presso l'edicola.

Da due diventerano rapidamente quattro anche loro, ma solamente un marchio e una casa editrice aveva conquistato il mio cuore: Play Press. Prima PlayStation Mania, quando il mio cuore era di Sony. Poi fu la volta di Game Republic, quando nel 2008 acquistati anche console Microsoft e Nintendo.

Oggi purtroppo quella casa editrice non esiste più, ha cessato le pubblicazioni e quindi pure Game Republic oramai non la possiamo più trovare in edicola. Dopo la chiusura di alcune riviste, come NRU, l'abbandono dell'editoria videoludica in Italia appare sempre più chiaro.

Il fenomeno è preoccupante, perché in brevissimo tempo i media videoludici sono cambiati così tanto che è impossibile scegliere quale sia il migliore qualitativamente.

I videogiochi all'epoca di Internet sono solo freddi numeri messi in fila?

Non è colpa di Internet

Troppo spesso in rete la morte delle riviste videoludiche viene attribuita alla nascita dei siti web: le informazioni corrono più velocemente e la frequenza di aggiornamento dei vari portali non è sicuramente paragonabile a quelle delle riviste. Certo, probabilmente la quantità di contenuti è sicuramente più alta, ma questi sono totalmente diversi rispetto a quelli che troviamo sul cartaceo: se un sito web è in grado di offrire una copertura ampia di news, anteprime e recensioni, speciali, inchieste e altri servizi "sul campo"  sono più di casa sulle riviste.

Il vero colpevole, dietro la morte delle riviste videoludiche, è l'utente. Non è un'accusa diretta chiaramente nei confronti dei lettori (ci mancherebbe altro), ma purtroppo la nuova generazione di videogiocatori preferisce contenuti sommari.

Sono state intavolate discussioni più o meno grandi sulle famose review, quantomeno sul voto: è utile oppure no? L'utente medio trascorre all'incirca uno/due minuti su una recensione, andando direttamente a leggere il box dei "pro" e dei "contro" ed appunto il numerino. Ma può bastare la lettura di sei/sette righe e un giudizio finale? Oppure è più importante il contenuto? Addirittura, al giorno d'oggi, il testo non viene neanche più letto e ci si basa esclusivamente sul ranking di Metacritic o aggregatori simili.

Questa è più che altro una constatazione di come i tempi cambino e di come sia impossibile, oggigiorno, far vivere e proliferare più di un medium di informazione contemporaneamente. Il problema è scoprire il perché: non capisco come un medium debba necessariamente alzare bandiera bianca o quali siano i fattori che spingono un lettore a cercare altro rispetto al precedente. Anche se, a dire la verità, l'editoria italiana ha le sue colpe (come un mancato rinnovo nella struttura delle riviste, ad esempio), ma ciò non basta a giustificarne la morte.

YouTuber come PewDiePie sono diventati simbolo di una nuova generazione non solo di utenti ma anche di internauti.

Un cambio troppo rapido?

Negli ultimi dieci anni abbiamo cambiato tanti media: il cartaceo, Internet e YouTube, un mondo a parte. Purtroppo la morte di uno di questi è sempre una tragedia, ma c'è un dato che ci deve far preoccupare. Di norma, un medium si afferma nel tempo. Internet e YouTube sono esplosi quasi nello stesso periodo, almeno quando i redattori delle più grandi testate giornalistiche italiane hanno iniziato la loro avventura nel mondo del video editing.

Nello stesso periodo infatti emergavano quelli che sarebbero diventati i più grandi canali italiani, con joint venture tra produttori e distributori che hanno permesso a sedicenti ragazzi con la videocamera e una scheda d'acquisizione di godere degli stessi privilegi della stampa. La caduta di una barriera, quella tra pubblico generalista e addetti del settore che ha permesso il fiorire appunto di un nuovo mezzo.

Quello che sta accadendo in questo periodo in Italia non è paragonabile alla situazione estera, dove cartaceo e Internet (insieme a YouTube) riescono a convivere tranquillamente. Forse dietro c'è una questione di educazione, forse una generazione è riuscita a sopravvivere senza patemi: le culture sono differenti, ma il gioco in tutto il mondo è paese.

La realtà però è una sola: in Italia qualcosa muore se non riesce a trasformarsi e andare incontro alle esigenze degli utenti. E purtroppo, quando arriva la fine per un settore, essa porta con sé anche tanti piccoli problemi per chi gli era vicino.

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