[mks_dropcap size="90" bg_color="#ffffff" txt_color="#e64946"]C[/mks_dropcap]lap clap, è arrivato l’articolo fuffa del giorno. Quello che fa di presunte basi filosofiche il suo motivo d’essere, un po’ radical-chic e volutamente capzioso. Quello che nessuno si leggerà, che finirà in dodicesima pagina nelle ricerche di Google, che su Facebook avrà la capacità di attirare solamente il click di qualche nottambulo con poca voglia di vivere.

Fanculo, io dico. Una delle passioni più grandi della mia vita è la scrittura, la mia maledetta croce. La scambierei volentieri per un’abilità oratoria che sappia tirarmi fuori dalle situazioni più difficili, ad esempio, capacità che ovviamente il sottoscritto non possiede. Quante volte ho pensato alle migliori frasi da poter dire per fare colpo sulla ragazza con la quale scambiare quattro chiacchiere al primo appuntamento. Quante volte ho rimuginato sui discorsi ormai conclusi, sulle parole mai spese.

Benvenuta frustrazione, perché l’unico vero modo che conosco per comunicare me stesso è lo sguardo. Sguardo che ha perso ormai ogni significato, in una società che fa dell’ipertrofia del linguaggio, del sovraccarico di suoni e cacofonie, del bombardamento mediatico e di quel cancro del nozionismo - creduto il più delle volte intelligenza - i pilastri portanti della propria sussistenza.

Scrivo. Scrivo perché è l’unico modo per poter raccontare tutto ciò che non posso gridare a voce, tutto ciò che la mia timidezza, la mia erre moscia e il mio sguardo spaurito troppo spesso non dicono. Un eco dal profondo, il timore di offendere, la paura della non corrispondenza. Cazzo, sto citando Baudelaire, e continuo spesso a citarlo.

ed key

Urlerei tutto questo, se solo avessi la forza di farlo, ma sono qui a tediare voi, miei cari lettori. Vi amo, perché dietro ad uno schermo non posso vedere i vostri sguardi di incomprensione e i vostri ragequit rapidi da questo articolo. Vi amo, perché non siete voi ad illudere ogni mia certezza, non siete voi a dovermi incontrare di persona e credermi un cretino per colpa di quell’abilità oratoria da venditore ambulante che purtroppo non possiedo.

Vi amo, perché non siete voi a dovermi scaricare con stupidi messaggi scritti a codice morse, perché non siete a voi a sputtanarmi con la triste indifferenza. Mi giudicate solamente per cosa scrivo, come scrivo: ho qualche possibilità di piacervi, almeno.

Scrivo. Scrivo di videogiochi, perché essi sono la mia piccola cura. Cura temporanea, certo, ma rifugio sicuro da un mondo spietato, un mondo che cazzo non ti lascia tempo di respirare un secondo, tra quel maledetto Whatsapp che mostra con degenerato sadismo l’ultima visita della persona con cui chatti, tra tutti i social network che ti intasano il cervello – e non solo il profilo – di notifiche, tra il lavoro, l’università, la scuola, la ragazza; e se come me non hai la “morosa” accanto (mi piace citare nonna, a volte) persiste quella maledetta solitudine che a volte ti fa gioire e a volte ti entra a martello sulle gambe che neanche Materazzi. Cosa c’è di più facile? Afferro il joypad, respiro, aspetto che sfilino i titoli iniziali e via, premo nuova partita.

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Il cosa si nasconde dietro questa semplice dicitura è tutto da divulgare: cazzo, non stiamo parlando di una semplice partita, stiamo parlando di un altro mondo con regole diverse, con uno scopo preciso, sei l’eroe, sei un qualcuno. Ecco il Master Chief nella prima trilogia degli Anelli, così sicuro di sé, conscio delle proprie possibilità, forte, abile, coraggioso, fortunato.

[mks_pullquote align="right" width="300" size="24" bg_color="#ffffff" txt_color="#e64946"]Là fuori sbagli ed il treno ti saluta, per sempre. Non c’è una seconda corsa, ogni buttata è persa.[/mks_pullquote]

Tutti devono qualcosa a John, tutti possono guardare le stelle con un pizzico di sicurezza in più, grazie al suo estremo atto eroico alla fine del terzo capitolo. Nella vita, qualcuno ha mai forse provato le stesse sensazioni? Certo che no. E poi, la magica invenzione dei checkpoint. Là fuori sbagli ed il treno ti saluta, per sempre. Non c’è una seconda corsa, nulla procede secondo i piani, ogni buttata è persa. Nei videogiochi no, c’è sempre una seconda possibilità. Puoi redimerti, puoi riuscire a migliorare, puoi sorpassare i tuoi limiti: la certezza di un traguardo è lì, in fondo alla strada.

E per coloro che già mi stanno additando come pazzo, come depresso in cerca di riscatto su passatempi non socialmente accettati – perlomeno qui nel Bel Vecchio Paese – beh, sticazzi. Un certo Ugo Foscolo, più di duecento anni fa, scrisse che i grandi ideali della vita non nascondono altro che banali illusioni momentanee. L’amore prima o poi finisce, gli ideali politici non si realizzano, la bellezza scompare come polvere al vento. Eppure, ci si aggrappa a quest’ultimi con passione, perché senza di essi “non sentiremmo la vita che nel dolore, o nella rigida e noiosa indolenza”.

kentucky route zero

Qualcuno di voi pensa che alcuni videogiochi non possano trasmettere ideali? Non intendo quelle americanate commerciali a là Destiny, quelle frega zero, le lascio ai malati del loot e a coloro che cercano qualche sana ora di svago ignorante.

Passeggiate nel mondo di Proteus plasmato dal visionario Ed Key, danzate per i magici livelli di Fez, vagate per gli onirici stage di Kentucky Route Zero, respirate quell’aria genuina e pura che solo poche opere d'arte possiedono.

Vi prego, spegnete i cellulari, inforcate le cuffie, fatevi una sigaretta o una birra e impugnate i joypad per un momento. Al diavolo l’amichetta che vi ritiene dispersi perché il vostro ultimo accesso su Whatsapp risale a un’ora prima. Non dovete pensarci, per nulla al mondo. Perché nel vostro mondo, quello in cui vi immergerete, nessuno vi tedierà. Voglio illudermi, perché mi fa star bene. Siamo circondati da illusioni, perché non calarsi in una di queste con anima e corpo?