[mks_dropcap size="90" bg_color="#ffffff" txt_color="#e64946"]C[/mks_dropcap]olonia - Venerdì 15 agosto, ore 18.00. È Ferragosto e non sono sono al mare, sono in fila per concludere gli appuntamenti della Gamescom con uno dei titoli più attesi del prossimo anno. L’aria che si respira nel booth di CD Projekt Red nell’area business è piena di aspettative, vengo accolto in una saletta insieme ad altri 20 giornalisti provenienti da tutto il mondo.

Ci accomodiamo per quelli che forse saranno i 45 minuti di presentazione più veloci di tutta la fiera, un segno importante per un gioco profondo e articolato come The Witcher 3: Wild Hunt.

La città esplorata nei primi minuti della demo, Novigrad, è la più grande del gioco ed è attivissima, succedono tante cose e i dettagli si sprecano. Stiamo portando la testa di un mostro a colui che ce l’ha chiesta. I primi piani sono intensi, i dialoghi pure. Siamo di fronte a un The Witcher di nuova generazione, maturo nei contenuti e nella grandezza degli stessi: ci viene spiegato che per raggiungere il prossimo obiettivo ci vorrebbero 20 minuti reali a galoppo, salvo imprevisti. Optiamo per uno spostamento rapido. L’acqua è davvero fantastica, la musica si intensifica, ecco il primo combattimento.

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Il sistema è stato completamente riscritto per avere un feeling più fluido, ma non per questo meno complesso che in passato. Misurate bene le mie parole e vi dirò che mi è sembrato molto più vicino a un action nudo e crudo, almeno fino a quando con la classica ruota delle abilità non è stato rallentato strategicamente il tempo per agire nel migliore dei modi. Andiamo oltre, dobbiamo scalare una montagna per proseguire e non è affatto un problema: non ci sono barriere in The Witcher 3, tutto quello che è a portata d’occhio è esplorabile grazie alla grandissima e viva mappa messa su dagli sviluppatori polacchi.

Con questa breve descrizione ho cercato di passare per tutti i punti cardine di quello che ha tutta l’aria di essere il The Witcher definitivo, la perfetta conclusione di una trilogia che volge al termine con una maturazione fatta con passi da gigante in termini tecnici, stilistici e contenutistici. Una maturazione che va di pari passo con la consapevolezza e la crescita di una software house coraggiosa e all’avanguardia, che conosce benissimo i propri mezzi e che non teme minimamente le aspettative del pubblico.

Più volte durante la presentazione lo sviluppatore a cui spettava il compito del commentatore ha ribadito cosa non andasse bene e rassicurato i presenti sul raggiungimento della sua vision. Persino i violentissimi combattimenti non erano abbastanza gore per i suoi gusti, vanno rivisti, sono potenzialmente “inaccettabili”.

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In effetti qualche problema c’era, ed era legato più che altro a qualche imperfezione grafica presente qua e là - un po’ di tearing, pop up delle texture e cali di frame rate in città. Tutte pecche dovute allo stato del gioco, che è sì completo, ma ancora lontano dalla pulizia che arriverà con il polishing dei prossimi mesi. Parlando ancora del comparto grafico, l’engine è lo stesso di The Witcher 2, ovviamente pesantemente modificato, e quindi molto familiare al team. Nulla di cui preoccuparsi insomma, anche perché in termini di gameplay da quanto visto sembra già scongiurato il famoso vizietto che in passato ha visto la pubblicazione di giochi non altezza delle aspettative.

Con quello che mi è stato mostrato, mi è stato promesso il miglior gioco della serie, l’ultimo che avrà come protagonista lo Strigo Geralt. Probabilmente ci sarà spazio per una continuazione nei panni di un altro protagonista, probabilmente CD Projekt penserà per un po’ solo a Cyberpunk 2077. Ma ciò che conta davvero ora è che manca poco all’arrivo di The Witcher 3: Wild Hunt, un gioco di ruolo che “taglia” verticalmente tutti i crismi del videogioco maturo avvalendosi, oltre che del gameplay da purosangue del genere, di una scrittura esemplare in un universo fantasy misterioso, pericoloso e più vivo che mai.

Per dirla all’americana, perdonate anche questa volta l’inglesismo, febbraio can’t come soon enough.