Quella in copertina è una foto del New York Times che ritrae l’emergenza maltempo che sta funestando gli Stati Uniti in questi giorni. L’impressione era di essere davanti a qualcosa di estremamente familiare, ma ci ho messo un po’ a capirlo.

Poi mi arriva un messaggio da un amico: “Ho visto una foto di New York e mi è tornata voglia di riprendere The Division”.

Nel corso del tempo vi ho raccontato più volte di quanto The Division mi abbia catturato fin da subito. Di quanto abbia creduto in questo progetto dall’annuncio in poi, nonostante tutto, i problemi e le lacune (alcune anche abbastanza notevoli) della produzione Ubisoft Massive.

Un po’ di riepilogo è d’obbligo perché, come spesso accade nell’industria dei videogiochi, sembra essere passata un’eternità mentre si parla di qualche anno, al massimo.

The Division è apparso per la prima volta durante l’E3 2013. Sette minuti circa di trailer di gameplay che, a rivederlo oggi, non è neanche eccessivamente diverso dal prodotto finale. Una cosa più unica che rara, di questi tempi. L’idea è ambiziosa: creare uno shooter in terza persona ambientato in un mondo condiviso.

“Mondo” che in realtà è New York, una città devastata da una epidemia divenuta in breve globale. Come per ogni produzione marchiata Tom Clancy, l’idea della narrazione parte da un pretesto molto reale, o almeno plausibile.

Il 99% delle banconote da un dollaro nel mondo trasporta germi e batteri innocui per l’essere umano. Da questo dato reale, The Division racconta un attacco bio-terroristico effettuato da un gruppo di terroristi che, infettando le banconote nei giorni precedenti il Black Friday, è riuscito a creare una pandemia senza precedenti.

Per contrastare quello che i media ed i terroristi stessi rivendicheranno come “Il Veleno Verde” o “L’Influenza del Dollaro”, la Strategic Homeland Division schiera la Divisione, un gruppo di agenti dormienti (leggi “i giocatori”) super addestrati, i quali vengono impiegati solo nei casi internazionali.

The Division
Il design degli interni di The Division è ancora oggi impressionante.

La trama fanta-politica è ciò che attrae di The Division. Viene ampliata da una serie di filmati, registrazioni ed eventi da scoprire durante il gioco, tutti scritti e girati magistralmente. Il che fa riflettere su quanto sarebbe stato ancora più efficace l’esperienza se, invece che uno shooter con elementi da MMO, fosse stata un’avventura single player, o comunque da affrontare con un gruppo di amici senza la necessità di infarcire il gioco di loot e statistiche varie ed eventuali. Un Ghost Recon Wildlands ancora più incentrato sulla storia, per intenderci.

Dalla fascinosa idea di destabilizzare il giorno simbolo per eccellenza del capitalismo, The Division racconta tante storie legate all’animo umano. È uno di quei giochi che ti stimola a non correre col personaggio per non perderti nulla.

Correndo capita di perdere un dialogo in cui una donna promette una prestazione sessuale in cambio di un paio di bottiglie d’acqua. Camminando, invece, si notano tutti i dettagli che Ubisoft Massive ha inserito nelle abitazioni, frutto di una cura nel design davvero senza precedenti: un orsetto di peluche sporco di sangue; un muro con le fotografie dei dispersi nelle basi sicure stabilite dalla Divisione.

The Division
Una delle ultime incursioni che giocai.

Ricordo ancora con estremo piacere una delle incursioni negli aggiornamenti successivi, quella ambientata in uno studio televisivo, più per le ambientazioni che per il contenuto in sé.

Gli esterni, quelli che mi hanno ricordato New York, non sono da meno. La neve che ricopre la città fantasma, con le auto incidentate e gli animali spaesati che se ne vanno in giro in cerca di qualcuno. The Division era, ed è, proprio bello, nel senso più estetico ed edonistico possibile del termine.

Peccato che, un po’ come tutte le esperienze multigiocatore online, tutti gli elementi della narrazione ed il feeling generale si vanno a perdere nel marasma di missioni, cacce all’arma più forte e ripetizioni sconsiderate della missione più facile per trovare loot più in fretta.

C’è sta anche la Zona Nera, geniale idea di game design che non è andata esattamente come Ubisoft Massive sperava, ma in fondo succede a tutti quelli che rischiano.

Nel 2014 arrivò un trailer interamente incentrato sulla narrazione, che anticipava una delle fazioni nemiche presenti nel gioco. Un filmato da pelle d'oca, diretto magistralmente in ogni suo momento. Solo attraverso l'ausilio del suono racconta ciò che è successo in un nucleo familiare, uno dei tanti travolti dal Veleno Verde.

Un trailer che, ancora oggi, rimane tra i miei preferiti di sempre in termini di videogiochi, e che consacra la bravura dei creativi di Ubisoft nel veicolare l'umore delle proprie produzioni.

Quanto è bello The Division. Spero in un The Division 2 per continuare a godere di questo fantastico setting con un impianto ludico del tutto nuovo. Ma anche nel film che arriverà in futuro, perché no.

Nel dubbio, l’ho scaricato di nuovo e credo proprio che lo ricomincerò con un nuovo personaggio. E tanti saluti al backlog.

P.S. Vi siete accorti che quello in copertina è uno screenshot del gioco su un PC di fascia alta? Questa qui sotto è la foto di Benjamin Norman dal New York Times.