Il signore in copertina è Giovanni Malagò, neo-presidente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano). Malagò è al centro delle ingiurie di tutto il mondo videoludico italiano per un suo intervento nella puntata di Che Tempo Che Fa, il programma di Fabio Fazio su Rai Tre, del 19 novembre scorso.

Prima di cominciare, è bene che siate a conoscenza dell’argomento in questione. Trovate la clip qui sotto, al minuto 21:10 circa nel caso il player di YouTube non vi indirizzasse automaticamente.

Agevoliamo il filmato:

Per chi sta leggendo questo articolo dallo smartphone, magari in bagno in orario di lavoro, il sunto è più o meno questo.

Si parla dei videogiochi alle Olimpiadi, del fatto che il CIO ha parlato per la prima volta del tema. Questo rende ufficialmente i videogiochi in lizza per diventare delle discipline olimpiche, o comunque è un segnale del fatto che, qualcuno, nella sala dei bottoni sta cominciando a prendere in considerazione il mercato videoludico, il mondo degli eSports.

Fabio Fazio, con il solito fastidio di vivere che lo contraddistingue, butta l’assist a Giovanni Malagò, liquidando tutto il mondo degli eSports con “Super Mario” durante il discorso, per altro. Non sapremo mai come se la cava Malagò con gli Space Invaders (dai Fazio che è arrivata pure la realtà virtuale a quattro soldi da un bel pezzo, eh), ma sappiamo con relativa certezza che il presidente del CONI non ha la minima conoscenza dell’argomento.

Risatina. Poi Malagò dice: “La verità è questa. Nel mondo, questi videogiochi li giocano milioni di persone, soprattutto ragazzi, è tutto sbagliato”. Peccato che Fazio sia un giornalista poco ispirato, perché sarebbe stato interessante incalzare subito Malagò per chiedere cosa ci sia di sbagliato nell’idea che dei ragazzi giochino ai videogiochi. Sarebbe stata una bella clip da condividere sui social della Rai, oltre che un approfondimento serio dell’argomento, una volta tanto.

Giovanni Malagò
Però, le Olimpiadi di Mario Kart 8 ci starebbero bene.

Ritornando a Super Mario, che per Fazio è evidentemente un gioco fortemente competitivo, Malagò replica: “Guardi io non ho mai giocato, non so neanche come funziona”.

Ecco, questo è il problema. Ancor prima che vomitare bile nei commenti sotto al video, urlare “E allora gli scacchi che sono uno sport olimpico?”, io credo che si sia perso di vista ancora una volta il vero trauma che, puntualmente, si ripete ogni volta che in Italia si parla di videogiochi nei meandri della stampa generalista: la completa ignoranza rispetto all’argomento.

È assolutamente lecito che Giovanni Malagò non conosca i circuiti della Overwatch League e non sappia che Samsung sponsorizza la squadra italiana dello shooter di Blizzard, come il fatto che non conosca il regolamento da torneo di Call of Duty. Quello che è inaccettabile è che ancora una volta, in Italia come in tutto il mondo, si continui a parlare di videogiochi tramite personaggi che evidentemente non ne sanno nulla, ma soprattutto non hanno intenzione di volerne sapere.

La sufficienza con cui Malagò parla dell’argomento è francamente inquietante. Il mercato dei videogiochi, nel suo indotto, genera più denari (per usare un termine familiare al presidente del CONI) di cinema e musica messi insieme. Dà lavoro a tante persone, dall’opinionista improbabile che sta scrivendo questo articolo, passando per chi i giochi li produce, sponsorizza e vende, fino a tutto l’indotto che gravita intorno alle competizioni sportive. È estremamente grave continuare a parlare di tutto ciò con la leggerezza di chi, invece, dall’alto di una poltrona così importante potrebbe davvero cambiare le cose.

Questo significa che Giovanni Malagò ha ragione? A sorpresa, vi dico di sì, ma non per i motivi che lui crede.

Giovanni Malagò
Gli vogliamo dare una medaglia al collo?

Sono contrario al fatto che i videogiochi debbano avere uno spazio alle Olimpiadi, e vi spiegherò a breve il perché, mentre al contrario penso che Malagò abbia centrato un punto fondamentale: le normative. In Italia, tentare di intraprendere la carriera del esportivo è praticamente una scommessa contro ignoti. Ci si deve affidare quasi esclusivamente agli sponsor che, per loro natura, sono volubili e volatili. Questo significa che i ragazzi sono letteralmente alla mercé delle aziende, un po’ come delle vergini sacrificali.

La mancata regolamentazione impedisce la creazione di un indotto vero e proprio, oltre al gravissimo problema del doping già ben diffuso nel settore eSports, genera anche il grottesco fenomeno per cui chiunque, da un giorno all’altro, può definirsi “esperto” con un bluff a volte molto facile, visto che di fatto non esistono precedenti o regolamentazioni.

Quindi nascono guru improvvisati, che si fregiano di titoli come “esports maestro” o cose del genere. Un altro problema molto grave, perché questi figuri, poi, sono il volto e la voce degli eSports presso gente come Malagò. Il più delle volte va bene, perché si tratta di professionisti veri con esperienze reali, ma a volta va anche male e ci ritroviamo persone che hanno semplicemente colto la palla al balzo senza aver maturato delle conoscenze reali.

Giovanni Malagò, successivamente, chiude il discorso sempre con lo stesso tono: “È una barzelletta che questi videogiochi entrino alle Olimpiadi. Stia tranquillo, questo problema non c’è”. Anche qui, torniamo sul discorso dell’ignoranza, del fatto che i videogiochi siano una “barzelletta”, ma soprattutto un “problema”, discorsi già visti e sentiti troppe volte, purtroppo.

Però, come detto, c’è del giusto in ciò che dice Malagò, esclusivamente relativo al binomio videogiochi-Olimpiadi, una serie di motivi totalmente ignorati dal presidente del CONI e su cui probabilmente non saprebbe nemmeno argomentare un’intervista.

Giovanni Malagò
Olimpiadi di FIFA? Direi di no.

Il problema alla base è che i videogiochi sono un prodotto, al contrario dello sport. Il calcio non è un prodotto, FIFA 18 sì. Il salto in lungo c’è alle Olimpiadi perché, dall’alba dei tempi, la disciplina è stata creata ed inserita. Nelle improbabili Olimpiadi Videoludiche come si fa a decidere quale dei tanti titoli deve entrare oppure no? Chi decide tra Counter-Strike GO ed Overwatch, tra FIFA e PES, tra LoL e Dota 2?

In uno scenario del genere, si potrebbero creare scenari grotteschi come Electronic Arts che smuove mari e monti per “spingere” affinché i suoi titoli entrino nel calendario olimpico, oppure Activision Blizzard che tenta di calare il doppio asso cercando di far inserire sia Call of Duty che Overwatch. È una barzelletta, sì, ma per altri motivi.

Le Olimpiadi perderebbero tutto il loro valore e, una volta tanto, lasciamo che qualcosa a questo mondo lo mantenga. Ci sono i soldi dietro allo sport, ovviamente, perché gli atleti di tutto il mondo non vivono di aria e gloria, ma non c’è nessuno che ha interesse affinché venga inserito il lancio del peso al posto del lancio del disco. Con i videogiochi, invece, sì.

L’altro motivo, rimanendo nel discorso morale, è che buona parte dei videogiochi tradiscono per loro natura il valore dei Giochi Olimpici. In Overwatch, League of Legends, Dota 2, e tanti altri la vittoria passa per l’uccisione dell’avversario. Non è molto corretto inserire una competizione del genere in una manifestazione come l’Olimpiade che, della violenza, non ne vuole sapere.

Quindi, mantenendo i valori olimpici, i giochi rimasti come papabili sono gli sportivi e titoli come Hearthstone. Ed ora, con tutto il bene che voglio al mondo degli eSports e chi si fa il mazzo per farlo crescere, non venitemi a dire che giocare a carte può essere paragonato uno sport, adesso. Sono d’accordo che gente come Daigo Umehara possa essere considerato un atleta, viste le capacità anche fisiche in termini di riflessi che impiega nei suoi migliori campionati dell’ultimo Street Fighter, ma mi rifiuto di considerare un super campione di Hearthstone un atleta.

Il problema è anche nella definizione di “sport” che, per forza di cose, passa per la cultura della forma fisica. L’Olimpiade nasce con al centro il concetto della cura del corpo umano e, per quanto effettivamente in termini di allenamento e preparazione gli eSports non siano da meno, i giocatori non sono certo paragonabili agli sportivi “normali” per così dire.

I videogiochi hanno già un nome per quanto riguarda le competizioni sportive: eSports. Non devono essere chiamati “sport” e non devono partecipare alle Olimpiadi, non ne hanno bisogno. Servono regolamentazioni, strutture come GEC (Giochi Elettronici Competitivi) che abbiano fondi e sufficiente libertà d’azione per cominciare a creare normative e strutture adeguate, che peraltro sono già patrocinate dal CONI.

Così, un giorno, la carriera di videogiocatore professionista potrà essere una prospettiva reale, pur difficile che sia, e non il delirio di un adolescente. Non servono le Olimpiadi, serve solamente considerare il videogioco con il giusto rispetto.