Rime è un titolo speciale, almeno per quel che mi riguarda. L’ho atteso per anni, l’ho visto crescere, l’ho visto cancellare, rinviare e l’ho visto uscire, senza però avere mai avuto il coraggio di acquistarlo.

Dopo tutto quel tempo il gioco aveva assunto un’aura “mistica” di adorazione che qualunque fosse stato il risultato finale ne sarei rimasto, probabilmente deluso. Nonostante ciò mi sono sempre detto che avrei vissuto l’esperienza di Rime se mi si fosse presentata un’occasione irrinunciabile, ed è con la sua uscita su Switch che questa occasione è arrivata. Purtroppo.

Non so con quali parole spiegare il mio amore verso questo titolo, un amore basato, fondamentalmente sul nulla, ma che ha caratterizzato tutta la mia attesa per il gioco. Ne ero rapito, senza nemmeno sapere cosa avrei avuto per le mani. È una sensazione piuttosto strana e difficile da mettere nero su bianco.

Per questo motivo questa è una delle recensioni più difficili che mi appresto a scrivere e non tanto perché è difficile parlare di questo titolo, quanto per il voto che avrete già avuto modo di spulciare. Basso, molto basso per un titolo verso cui sono inspiegabilmente tanto legato e tutto questo a causa di Switch.

Che bello. Dannazione.

Prima di dedicarmi alle motivazioni dietro a quel numero (odio i numeri) spenderò qualche parola in merito al gioco stesso invitandovi a leggere anche la recensione che il buon Paolo scrisse per la versione PC, che vi consiglio caldamente di giocare.

Rime è un titolo che deve molto al lavoro di Ueda, inutile negarlo, parliamo di un’opera che si ispira moltissimo a ICO in modo particolare ma che non ci nega nemmeno qualche velata (non tanto) citazione al più recente The Last Guardian. Nonostante la fortissima ispirazione, che spesso e volentieri sfocia in un misticismo esagerato che lascia trapelare forse una scarsa fantasia, il titolo è incredibile.

Le atmosfere, disegnate tramite la musica, sono maestose, come maestoso è l’ambiente di gioco con il quale ci troveremo ad interagire. Vasto, quasi asfissiante, il luogo in cui saremo catapultati è semplicemente magico, ricco e allo stesso tempo povero. Ci sentiremo soli e vivremo il peso di questa solitudine.

L’urlo che il giovane protagonista emetterà mediante la pressione del tasto di azione (X nel nostro caso) è una di quelle scelte di design che mi ha fatto impazzire. Mediante questo urlo saremo in grado di attivare differenti meccanismi all’interno della terra su cui abbiamo fatto naufragio e, allo stesso tempo, si tratta di una meccanica che serve a narrarci lo stato d’animo del protagonista.

All’interno di templi molto grandi, o di grandi distese questo suono ci comunicherà la profonda solitudine del ragazzino e il suo sentirsi piccolino all’interno di quella terra straniera. Negli spazi stretti e “sicuri” questo suono diventerà una cantilena, un fischiettio molto musicale (utile anche per la risoluzione di certi enigmi) che ci comunica pace e tranquillità. Ci fa sentire al sicuro.

Piccoli.

La narrazione di Rime procede tutta così, silenziosa e pesante. Il titolo non offre mai, o quasi, una sfida troppo elevata preferendo una progressione lenta ma costante che ci immerge all’interno dei silenzi dell’ambientazione. Gli enigmi ambientali, di cui la produzione è pregna, sono ben disegnati e offrono un piacevolissimo livello di sfida che ben si incastra con l’economia generale.

Insomma, Rime è un piccolo capolavoro che conferma pienamente quell’amore incondizionato che provavo per la produzione: è come lo avevo immaginato, piccolo e maestoso. Non ci avessi giocato su Switch il mio voto avrebbe toccato l’8 pieno, forse qualcosa in più. Purtroppo, invece, ho avuto la sfortuna di subire i limiti di un port molto pigro, di una console il cui hardware non è alle stelle e di un lavoro generale molto raffazzonato e pieno zeppo di errori.

Sulle limitatezze dell’hardware non mi dilungo troppo e non incolpo nemmeno troppo la console che in più di un’occasione mi ha dimostrato di “avere le palle” e con titoli decisamente più complessi di Rime.

Parliamo invece del pessimo lavoro svolto dal team di sviluppo per portare il titolo sulla console Nintendo. Parliamo del poco amore che si sente all’interno di questo edizione, di quanto il lavoro sia stato svogliato e privo di qualsiasi voglia di migliorarsi.

Maestoso.

Rime aveva già evidenziato dei limiti tecnici sulle altre piattaforme mostrando un frame-rate piuttosto ballerino ma su Switch tocchiamo il limite. Ci sono intere sessioni di gioco letteralmente ingiocabili per via di un frame-rate bassissimo, per via di continui freeze del gioco e per via del continuo compenetrarsi del protagonista con gli oggetti. Se siete fortunati, smanacciando un po’ con i tasti ne uscirete, altrimenti si riavvia. Inaccettabile.

Inaccettabile che il comparto grafico sia così basso che spesso e volentieri alcuni elementi si confondono con altri impedendoci di capire che una parete è scalabile. Inaccettabile non riuscire a vedere un rampicante perché questo non è stato ancora caricato e quindi perdere ore e ore a capire come proseguire quando la soluzione era, invisibile, sotto ai nostri occhi.

Inaccettabili i tempi di caricamenti immensi. Inaccettabile, semplicemente, tutto.

Per fortuna, o purtroppo, gran parte di questi difetti è relegata alla modalità “portatile” della console che collegata alla dock station riesce a offrire un risultato migliore. Riassumendo, con Switch collegata alla TV saremo in grado, quantomeno, di giocare al gioco. In modalità portatile l’esperienza è di un livello talmente basso che non esagero nel dire che si tratta del peggior gioco che la console Nintendo abbia nel suo parco titoli.