Difficile dire quanto un titolo come The Flame in the Flood possa sposarsi bene con la particolare natura di Nintendo Switch. Difficile da dire anche dopo svariate ore di gioco spese nel riuscire ad entrare nell’ottica di gioco che richiede ben più delle normali doti di sopravvivenza richieste da altri esponenti del genere.

Il titolo, nato dall’unione di alcuni brillanti sviluppatori appartenenti al mondo dei tripla A, si pone come un rogue-like survival improntato esclusivamente sull’esperienza e su una corretta gestione delle risorse messe a disposizione dall’ambiente circostante.

Proprio quest’ultimo rappresenta un piccolo gioiellino di game design per via dell’ambientazione fluviale scelta per fare da sfondo alle peripezie di Scout, la nostra piccola alter ego.

Le atmosfere sono da brivido

Un fiume può essere insidioso per numerosi motivi, ma quello che viene messo in mostra da The Flame in the Flood è quello dell’impossibilità di cambiare percorso, di risalire la corrente, generando così un’esplorazione frammentata che ci precluderà alcune zone della mappa a seconda delle scelte fatte.

Ogni scelta relativa al viaggio, vero nucleo narrativo dell’intera opera, ha un suo peso specifico che potrebbe condurci ad una morte prematura qualora facessimo le scelte sbagliate.

Il viaggio, come detto qualche riga più in alto, è il punto cardine dove convergono tutte le meccaniche di gioco. A differenza di molti titoli simili non avremo alcun modo di prepararci un rifugio sicuro, anzi, non saremo proprio in grado di trovare un posto sicuro in cui essere certi di stare al riparo. Troveremo e utilizzeremo piccoli accampamenti abbandonati, ma consapevoli che nessuno di questi rappresenta uno spiraglio di salvezza e che è bene partire quanto prima.

Niente ci garantirà la sopravvivenza

Ad alimentare la fortissime tensione che permea le atmosfere di gioco abbiamo anche un delicatissimo sistema di monitoraggio delle funzioni vitali della nostra protagonista. A fare compagnia all’oramai consone barre di fame e sete avremo a che fare anche con temperatura corporea e ore di sonno. Se dormire può essere di conforto per riprendersi dal viaggio e fare il punto della situazione, dall’altra abbassa la temperatura corporea, brucia più calorie e, di conseguenza, abbassa la barra della fame costringendoci anche ad un ritmo di sonno piuttosto barbaro che ben si adatta al delicato contesto “socio-atmosferico” in cui stiamo cercando di sopravvivere.

In un mondo definito dagli sviluppatori stessi come “post-sociale” ci troveremo a far i conti con risorse molto limitate ed uno spazio ancor più ristretto in cui poter far stare tutto lo stretto indispensabile. Avremo a che fare anche con una interessante e molto profonda gestione delle risorse in nostro possesso per permetterci di sfruttare ogni oggetto al meglio. Vivendo il nostro viaggio costantemente a contatto con il fiume avremo a disposizione sempre delle fonti d’acqua che purtroppo, spesso e volentieri, sono ricche di batteri e affini e necessitano di un processo di depurazione prima di essere utilizzate. Lo stesso vale per il cibo e per qualsiasi altra forma di risorsa con cui possiamo interagire direttamente.

Questo, unito ad una gestione dell’inventario piuttosto articolata per via del poco spazio a disposizione, si trasforma ben presto nel nostro più grande nemico. Una corretta gestione degli spazi e delle risorse è fondamentale per riuscire a sopravvivere all’interno di The Flame in the Flood. Il costante spostarsi da un’isoletta e l’altra sul corso del fiume gioca un ruolo importantissimo nella creazione della tensione continua che continua a tormentarci durante tutta l’avventura.

Tetro

Ma torniamo all’inizio di questa recensione, ora che siamo consci di quella che è l’offerta del titolo, per capire quanto, effettivamente, un rogue-line survival possa sposarsi bene con quella che è Nintendo Switch. Poco. Questo perché il titolo necessita di un’attenzione piuttosto particolare e di un bel po’ di dedizione da parte del giocatore che deve essere “educato” dal gioco a giocarlo. È necessaria attenzione, pazienza e tanta voglia di imparare le varie tecniche di sopravvivenza imposte dal gameplay. E Switch, nella sua natura ibrida, non riesce a porsi come un dispositivo su cui il titolo possa esprimere tutto il suo potenziale.

Il titolo non si presta assolutamente a partite svogliate e sporadiche e, nonostante la portabilità della console possa rappresentare un notevole potenziale, risulta essere invece il maggior limite della produzione. I due si costringono a vicenda, in un certo senso.

Infine, ma non meno importante, il comparto tecnico eccellente offerto dal titolo sulle altre piattaforme si trova ad essere leggermente castrato in questa versione e, nonostante le evidenti limitazioni, riesce comunque a soffrire leggeri cali di frame rate in alcuni punti della mappa.

Concludendo, The Flame in the Flood è un ottimo titolo che sarebbe bene, però, giocare altrove per poterselo godere pienamente. D’altro conto, per il giocatore più navigato, che ha già affinato le sue capacità sul gioco, questa versione Switch potrebbe essere quasi un acquisto obbligato.