La libertà è una sensazione difficile da replicare in un videogioco. In molti ci hanno provato, dandoci mondi sempre più grandi e con sempre più cose da fare, ma in qualche modo ci saranno sempre dei limiti che non potremo oltrepassare. Allora forse questa non è la soluzione migliore, forse la vera libertà è quella sensazione primitiva che un tempo ci portava a sognare di viaggiare da un posto all'altro senza preoccuparci di niente e di nessuno. Un desiderio che più o meno tutti hanno avuto almeno una volta nella vita.

Si tratta di un pensiero un po' malinconico, in fondo, ma che può riassumere la mia personale esperienza con AER: Memories of Old. Forgotten Key ha voluto creare una piccola opera, in cui molto dell'esperienza di gioco è concentrata sul gameplay più puro, sui movimenti e le capacità della nostra protagonista.

Auk è una giovane pellegrina, approdata in una antica grotta. Qui, esplorando, troveremo varie tavolette antiche, con racconti di cui non capiremo immediatamente il significato, ma in questa prima fase tutto apparirà molto confuso, proprio come in un sogno. Ad un certo punto incontreremo una sorta di santuario e qui otterremo una lanterna.

Può sembrare un oggetto come un altro, ma in grado di celare un importante segreto, una chiave che ci permetterà di scoprire quello che sta effettivamente accadendo al mondo. Una volta presa, tutto interno a noi comincerà a crollare e numerose rocce nere appariranno in ogni dove, fino al tunnel di uscita. Il mondo esterno non è esattamente come ce lo si può aspettare. Ad accogliere il giocatore c'è una natura incontaminata caratterizzata da un fatto molto particolare. Ci troveremo su un isola galleggiante nel bel mezzo del cielo ed attorno a noi altre isole altrettanto piccole e ricolme di flora e fauna.

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Alcuni scenari saranno particolarmente ostici da affrontare.

Se nella grotta avevamo la possibilità di muoverci liberamente utilizzando i classici comandi, come la corsa ed il salto, qui le cose cambieranno leggermente. Facendo il doppio salto cambieremo forma diventando delle aquile e potendo quindi librarci in volo, muovendoci con semplicità da un'isola all'altra. Può sembrare un concept banale, ma è realizzato nel migliore dei modi. Il comparto artistico è estremamente minimale, soprattutto per quel che riguarda la conta poligonale, ma a livello di colori e design è uno dei migliori che si possono trovare in circolazione.

Auk, come detto potrà trasformarsi in aquila e potremo muoverci liberamente nel cielo. I movimenti sono estremamente fluidi e prenderemo presto confidenza con la nostra nuova forma. Con il tasto X del pad potremo sbattere le ali, così da aumentare la nostra velocità, mentre premendo B cambieremo di nuovo forma tornando ad essere umani. Anche in questo caso, il gioco è caratterizzato da una grande fluidità.

La trasformazione non è un processo lungo, ed una volta compiuto il primo salto non faremo in tempo a scendere di un centimetro che potremo già sbattere le nostre ali. Da qui la possibilità di divertirci con numerose acrobazie, saltellando letteralmente da un'isola all'altra e da una trasformazione all'altra, con atterraggi leggiadri in mezzo ad un laghetto, su un albero o in mezzo ad un accampamento.

La possibilità di iniziare a volare verso una direzione qualsiasi è abbastanza prepotente, anche se presto verremo subito limitati da una mappa con dei “confini”. Fortunatamente una volta usciti dalla prima grotta, incontreremo il nostro maestro che ci ragguaglierà su quello che sta accadendo e ci dirà dove andare. L'HUD è al minimo e consiste in una bussola. Tutto è votato all'immersione, che nonostante la terza persona è assolutamente efficace. Pertanto non avremo un vero e proprio registro degli obiettivi. Aprendo la mappa, avremo solo un paio di schermate aggiuntive, legate ad alcuni “oggetti” che dovremo recuperare. Quello che dovremo fare, semplicemente ci verrà detto.

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Ogni scorcio è visivamente stupendo.

Durante le conversazioni con gli NPC, gli elementi più importanti saranno evidenziati in rosso e presto ci troveremo a seguire indicazioni, del tipo vai a nord-ovest o ad est per raggiungere il tal posto. Nessun altra specificazione, oltre al nome del luogo. Stessa cosa a schermo. Nessun puntatore o indicatore a dirci dove andare, dovremo fidarci della bussola e del nostro orientamento.

Scopriremo di essere gli ultimi sopravvissuti di una razza di umani che prima viveva una terra una volta unita. A causa di un evento non meglio specificato, almeno all'inizio, la crosta si è frammentata e si è divisa portando alla creazione di queste isole. A proteggere i pochi esseri umani e la natura rimaste, ci sono alcune divinità, degli spiriti che prendono le forme di vari animali.

In tutto ciò compiremo un vero e proprio percorso da sud a nord del mondo, per cercare di scoprire le cause di questo disastro che sembra pronto a tornare per finire ciò che è stato iniziato. A frapporci tra noi ed il nostro obiettivo finale ci saranno altre grotte ed altri dungeon. Quando non dovremo viaggiare da un'isola all'altra, infatti, dovremo esplorarne gli anfratti alla ricerca di alcuni particolari manufatti. Qui il gioco vero e proprio entra nel vivo, mettendoci alla prova con alcuni puzzle ambientali. Non si può dire che siano semplici, ma si ha la perenne sensazione che si debba entrare nel vivo della situazione da un momento all'altro senza, però, mai arrivarci.

Il tutto sembra essere fin troppo pilotato, inframmezzato da momenti in cui questa sorta di guida sparisce del tutto, lasciando il giocatore letteralmente confuso sul cosa fare all'interno di una grotta. Purtroppo questo particolare frangente tende a rendere l'esperienza abbastanza frustrante, in quanto nella maggior parte dei dungeon, il problema non saranno i puzzle in se, ma il capire cosa il gioco ci sta chiedendo di fare. Forgotten Key è riuscita comunque a rendere bene questa parte del mondo di gioco dal punto di vista della varietà, sia per quel che riguarda il level design, sia per quel che riguarda la diversificazione degli ambienti. Ogni raggruppamento di isole sarà a se ed avrà delle caratteristiche peculiari, oltre ad avere moltissimi segreti, come pergamene o tavole in cui potremo approfondire la storia passata di questo mondo.

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Uno dei momenti più rilassanti di gioco.

In più grazie alla lanterna potremo vedere scorci del passato, momenti della storia rimasta per così dire impressa nel tempo, ed alcune volte potremo addirittura capire cosa dicevano quelle persone. Quest'ultima caratteristica potrà esserci utile in determinate situazione ed anche nella risoluzione di qualche enigma. Una volta concluso il dungeon di turno torneremo all'aria aperta e potremo di nuovo a librarci nel cielo, incuranti delle condizioni atmosferiche ma stando particolarmente attenti ai venti, di cui alcune “spennellate” bianche ci indicheranno la direzione. Di fatti sarà praticamente impossibile morire. L'unico modo sarà quello di lasciarci cadere nell'oblio, tra un'isola e l'altra.

L'esperienza di gioco non è molto lunga, portandoci ai titoli di coda nel giro di 3 o 4 ore. Proprio il finale lascia in parte delusi, non tanto per la morale finale che potremmo definire abbastanza profonda, ma proprio per il modo in cui ci verremo portati.

La sensazione del “manca qualcosa” contraddistinguerà gli ultimi minuti di gioco e non mancheranno le domande lasciate in sospeso, ma che probabilmente dovranno essere risposte dal giocatore stesso. Come ho anticipato, il gioco brilla dal punto di vista artistico, mentre da quello tecnico non c'è molto da dire. AER: Memories of Old si difende bene e fa il suo dovere, unica pecca sono i caricamenti estremamente lunghi che caratterizzano ogni cambio di scena. Entrare o uscire dai dungeon, di fatto ci darà uno o due minuti di pausa per “riflettere su ciò che si è visto”.

Scherzi a parte tendono a minare seriamente l'immersione nelle atmosfere di gioco, caratterizzate anche da una colonna sonora semplice come il comparto artistico ed altrettanto rilassante, soprattutto durante i viaggi da un'isola all'altra. Ultimo consiglio: volate in mezzo alle nuvole, fidatevi.