Buona parte delle idee per le cose che trovate scritte a mio nome qui su VideoGamer Italia mi vengono guardandomi intorno. Qualcuno potrebbe dire che “copio”, ma in realtà è del tutto normale per un giornalista, editorialista, critico, o qualsiasi appellativo vogliate usare, la necessità di osservare il mondo di cui scrive, per coglierne le sfumature ed analizzarle.

È anche inutile specificare che parte di queste “occhiate” sono rivolte verso gli youtubers, webstar, e tutta la categoria di nuovi opinionisti nati dalla più vivace branca del web. Scorrendo i miei feed di Facebook mi ritrovo un post di Michele Poggi, alias Sabaku no Maiku che parla di giornalismo.

Michele scrive già per alcune testate, se non ricordo male, ha una incredibile esperienza nell’editing video, campa di YouTube già da un po’, partecipa ai press tour… insomma, lo ritengo una delle poche celebrità “venute dal web” del settore videoludico degne di nota, attenzione e anche sincera stima. E per farmelo dire ce ne vuole.

Michele, sul suo profilo personale, scrive: "Molto spesso si pensa che chi sia "giornalista" di professione (non mi inserisco nel discorso ora, anche se potrei chiedere ormai il tesserino, essendone idoneo) abbia una competenza ludica e conseguentemente critica maggiore o da "cattedra/piedistallo" a priori. Sappiamo bene o male tutti, qui, che non è ovviamente così e ne parlai personalmente anche in Live con Fossetti di Everyeye e non solo, ma mi hanno condiviso un video che sta facendo particolarmente clamore... Però sì, nonostante Internet sia sempre Internet, mi ha fatto riflettere ancor una volta".

Il video in questione è il seguente:

C’è molto di cui discutere su questo video, su ciò che rappresenta e sulle parole di Michele Poggi. Ovviamente lo faremo, perché ho qualcosa da dire.

La prestazione di Dean Takahashi è sicuramente oscena. Non tanto perché non sia bravo, né perché non si esibisca in acrobazie stupefacenti, ma proprio perché non riesce ad andare avanti. Non superare un tutorial con tanto di scritte in bella vista fa pensare che sia il primo platform a cui abbia mai giocato. E anche fosse, insomma, è un tutorial.

Se non altro apprezzo l’ironia di aver definito “vergognosa” la prestazione di Dean Takahashi, il nostro eroe. Ma si sa, l’ironia è merce rara e il mercato di Internet non ne ha mai avuto disponibilità in magazzino dall’alba dei tempi ad oggi. Quindi i commenti negativi, o almeno dubbiosi come quelli del nostro Sabaku, non sono mancati.

Che il redattore di VentureBeat abbia dei vistosi problemi di lag tra mano e cervello o meno, è evidente che questo non è il modo di registrare gameplay che tendano a mostrare le dinamiche di un gioco in uscita. Almeno si ha la decenza di prendersi in giro, al contrario dei colleghi di Polygon e del loro ormai leggendario video gameplay di DOOM.

Cuphead
Un gioco stealth in cui bisogna nascondersi, che stranezza!

Purtroppo per parlare di videogiochi bisogna conoscerli, e conoscerli significa saperli giocare. Il cinema, al contrario, per essere apprezzato non richiede altro che il dono della vista, dell’udito, e la capacità di stare seduti per una manciata di ore su una poltrona. Per analizzarlo, invece, è tutto un altro discorso. Proprio per questo, da un po’ di tempo a questa parte IGN.com invita dei giocatori professionisti e/o streamer per accompagnarli ai propri eventi per registrare dei gameplay più che decenti.

Il problema è questo. Al contrario di quello che dice Michele Poggi, un giornalista di professione ha eccome delle competenze maggiori, nonché una capacità di giudizio diversa da chi gioca per passione, pur studiando il medium ed informandosi. Allo stesso modo è anche vero che molti appassionati di videogiochi sono spesso migliori di tanti giornalisti. La discriminante è l’esperienza, la quale va dal conoscere la storia del videogioco in ogni sua forma (o il più possibile), ma anche il saperci giocare e conoscere l’evoluzione dei generi. Queste sono le capacità che dovrebbe avere un giornalista (con tesserino o meno) videoludico, e non solo.

Ecco, se è impossibile conoscere ogni aspetto dell’evoluzione dei generi videoludici (e vi invito a diffidare sonoramente di chi sostiene il contrario), bisognerebbe almeno essere competenti in ciò che si fa.

Assegnare la prova di Cuphead a quello che, evidentemente, è un redattore con scarsissima esperienza nei platform, non ha senso. Io stesso non mi sognerei mai di recensire un calcistico, oppure un souls-like, perché non sono nelle mie corde e, essendo il videogioco più complesso del cinema come dicevamo, non ha nessuna utilità che sia io a recensire un titolo il cui genere mi è avverso, e magari anche sconosciuto.

Si rischia di fare la fine della ormai famigerata recensione di Alien Isolation ad opera di IGN (sempre loro, poveracci), in cui il redattore si chiede, nelle conclusioni, quante ore abbia passato nascosto negli armadietti in rapporto al resto. Questo è ciò che intendo, avanzare queste lamentele per un titolo come Alien Isolation significa non essersi presi la briga di informarsi sul prodotto che si stava per valutare. Come lamentarsi che Capitan America è un film poco realistico perché un uomo diventa fortissimo grazie ad una puntura, e la storia ruota tutto intorno a questo. Storia vera, sentita da un professionista stipendiato.

Cuphead
Che poi, quanto sarà difficile?

E torniamo alla capacità di osservare e carpire ciò che ci circonda, come dicevo in apertura. Un buon giornalista (o aspirante tale) deve anche essere in grado di far ballare la scimmia. Capita che l’esperto della redazione sia impegnato, in ferie, o semplicemente non ci sia nessuno che sappia recensire a dovere un particolare gioco. Bisogna pur assegnarlo a qualcuno, e un buon giornalista deve saper lavorare anche a cose che non gli competono al 100%.

Ma si fa in vari modi. Si può fare male, con un tentativo seppur apprezzabile di risultare simpatici come nel caso di VentureBeat, oppure si può fare bene con una buona dose di capacità analitica e un approccio attivo alle cose, che spesso si coltivano negli anni, ma molto spesso sono innate.

Dall’altra parte ci sono i colleghi, ben più inopportuni, di Sabaku no Maiku che, sventolando ahimè la stessa bandiera del “Non Ci Vuole Il Tesserino”, non fanno altro che creare confusione nell’utente tra il concetto di intrattenimento e quello di informazione, forti del fare infotainment, una definizione che lascia un po’ a desiderare e permette sostanzialmente di passare “impuniti” ogni volta.

La differenza è l’approccio. Non ci vuole il tesserino per parlare di videogiochi, ma per parlare di videogiochi ci vuole qualcosa che non si guadagna con nessun tesserino: quello che io chiamo “approccio attivo”. La voglia di conoscere, sperimentare, la curiosità, la capacità di mettersi in gioco e quando serve anche fare un passo indietro in nome della professione che si vuole intraprendere (o si spera di). Una serie di capacità che, purtroppo, non si guadagno né con i follower, né con dieci articoli settimanali pubblicati (ma che forse in questo modo si allena).

Cuphead
Shigeru Miyamoto.

A questo proposito mi viene in mente un’intervista di Shigeru Miyamoto del 2014, passata un po’ in sordina purtroppo, probabilmente perché all’epoca Nintendo non era ancora così chiacchierata come ora e Switch era solo un miraggio.

In una lunghissima chiacchierata con EDGE, il guru di Nintendo parla, tra le altre cose, dei casual gamers, la manna dell’epoca Wii per l’azienda. Contro ogni interesse e possibile danno all’immagine per il colosso di Kyoto, Miyamoto si scaglia contro di essi, ed in generale il tipo di approccio che gli utenti casual hanno nei confronti dei medium di intrattenimento.

Li definisce “patetici” negli atteggiamenti, per l’esattezza: “Il loro atteggiamento è ‘Okay, sono il cliente. Voi dovreste intrattenermi’. È un atteggiamento di tipo passivo quello che stanno adottando, e per me è un tipo di cosa patetica. Non sanno quanto interessante sia fare un passo in avanti e mettersi alla prova [con giochi più avanzati]”.

Queste parole all’epoca mi colpirono molto, e non posso che essere d’accordo con Miyamoto-san. L’aggettivo “patetico” non è inteso in maniera offensiva ovviamente, ma è più un segnale di frustrazione da parte di un signore che, nei videogiochi, mette qualcosa di più di altri. La passività che Miyamoto vede nei giocatori, e in generale negli utenti, io la vedo in molte altre sfere.

La voglia di dire la propria al giorno d’oggi sovrasta la volontà di far parlare il videogioco in sé, di essere fautori del suo messaggio, dei suoi pregi e dei suoi difetti, di ciò che gli sviluppatori vogliono comunicare al giocatore. Il protagonismo batte la curiosità, ogni giorno. Il risultato è che conta di più caricare un video di gameplay patetico per far parlare di sé, oppure scrivere una recensione assurdamente negativa per motivi sterili pur di emergere dalla massa.

Per capire questo, per cambiare l’atteggiamento, non serve nessun tesserino. E neanche un canale YouTube.