L’articolo che segue contiene rivelazioni sulla parte finale di The Legend of Zelda: Breath of the Wild. Vi consigliamo di proseguire nella lettura solo dopo aver completato il titolo.

Dopo 91 ore e qualcosa ho deciso che il mio Link era pronto ad affrontare la Calamità Ganon. Per troppo tempo ho visto quel castello violentato dalla malvagità del nemico, ed ho deciso che era tempo di porre fine a tutto quanto. In parole povere: ho portato a termine The Legend of Zelda: Breath of the Wild.

C’è ancora molto da fare dall’alto dei miei 83 sacrari completati e 200 e qualcosa Korogu scovati, senza contare le mini-sfide, le armi da trovare ed i boss da sconfiggere, ma Ganon è stato sconfitto nella mia Hyrule. Un combattimento un po’ meno impegnativo di quanto mi aspettassi, ahimé, ma di grande impatto emotivo.

La precedente “scalata” del Castello di Hyrule, un vero e proprio mini-dungeon, è invece un momento molto importante per le emozioni dolceamari che regala. Come per tutto il gioco, si può raggiungere Ganon in fretta e furia in vari modi, come ad esempio tramite l’uso dell’armatura Zora per risalire tutte le correnti ed arrivare subito al torrione principale, ma così facendo ci si perde molto.

Correndo, o nuotando, dritti verso la fine ci si perdono gli angoli del castello in rovina. Come una sala che una volta era adibita all’addestramento delle guardie e, solo camminando lentamente accanto alle rastrelliere, ci si può immaginare quanto faticose potessero essere le giornate delle reclute della guardia reale. Quella stessa guardia reale di cui Link fa parte, pronte a proteggere la famiglia di Hyrule tra cui, ovviamente, Zelda.

Breath of the Wild
Il Castello di Hyrule annientato dalla Calamità Ganon.

Una Zelda che, come mai nella serie, gode di una caratterizzazione molto più sfaccettata del solito. La nostra principessa preferita è una ragazza piena di sogni e di doveri: due cose che, storicamente, difficilmente vanno d’accordo.

Ed è proprio in un ricordo che è possibile rievocare su una cinta muraria del castello - un percorso che porta allo studio personale di Zelda, un altro luogo in cui tramite un diario scopriamo molto di lei - che vediamo il suo complicato rapporto con il padre, il Re di Hyrule che, a chiusura di un cerchio perfetto, rivediamo solo adesso dopo le fasi iniziali del gioco in cui si manifesta come un vecchio viandante, poi fantasma e guida dei primi peregrinaggi di Link.

Il doppio finale, allo stesso modo è una chiusura ovviamente da vincenti, ma dopo l’iniziale soddisfazione sopraggiunge il senso della sconfitta. Ganon è sconfitto, ma Hyrule è ancora morente e va ricostruita ma soprattutto, come dice la stessa Zelda al nostro eroe nel true ending, la minaccia prima o poi ritornerà perché “la storia della famiglia reale di Hyrule è legata alla Calamità Ganon”, per citare le parole di Impa.

Tutta la struttura dell’ambientazione di Breath of the Wild ha una potenza narrativa straordinaria. L’abbiamo già detto sin dai primi annunci, la Hyrule morta e sconfitta che si esplora è bellissima, ma lascia la stessa sensazione di un funerale di un personaggio pubblico amato da tutti. Il ricordo sarà sempre vivo, ma sarà appunto solo una memoria di un tempo lontano.

È grazie alla cura nei dettagli, all’enorme eleganza che Nintendo ha infuso in questo suo capolavoro, che il giocatore è portato ad accettare la Morte, ed anzi a venerarla in un certo senso, o comunque apprezzarne il significato e l’insegnamento che porta a posteriori.

Come nel caso dei quattro campioni chiamati a comandare i colossi sacri: Urbosa, Revali, Mipha e Daruk. Anche nel loro caso, seppure con pochissimo tempo “a schermo”, riusciamo a percepirne la profonda caratterizzazione, e quando ne incontriamo gli spiriti dopo aver visto i ricordi delle loro vite riusciamo subito ad amarli. Eppure sono solamente spirito, e più di una volta ricordano a sé stessi e a Link come siano stati sconfitti e uccisi dalle maledizioni di Ganon perché colti alla sprovvista, così come tutto il regno di Hyrule.

Nintendo è nota per edulcorare la violenza ed i temi profondi con delle note leggere, ma mai come in questo caso il messaggio è chiarissimo. Se possiamo ironizzare sul fatto che splattare i nemici in Splatoon significhi farli esplodere di fatto, in Breath of the Wild si viene portati a rispettare ogni minuto di ciò che si vede su schermo, per l’eleganza con cui viene mostrato.

Sempre a proposito dei campioni, devo dire che personalmente li ho amati sin dal primo secondo. Ognuno di loro ha dei momenti ben precisi in cui mostrano i lati del loro carattere, ma devo ammettere che l’immagine di Urbosa, potente e giunonica come ogni Gerudo, che tiene una stanca Zelda accoccolata sulle sue gambe mi ha colpito particolarmente. Grazie a questi momenti sento il bisogno di saperne di più su questi quattro eroi, mi piacerebbe davvero che ci fosse un DLC legato alle loro storie.

Breath of the Wild
Uno dei ricordi più "caldi".

La rivelazione finale è che, di fatto, Breath of the Wild è un gioco che non finisce mai, se per “fine” si intende il ritorno ad una condizione di pace e serenità. La Morte è sempre presente ad Hyrule, e l’unica cosa che non c’è più è il suo agente, la Calamità Ganon, ma la ferita ed i suoi segni saranno sempre presenti. Le carcasse dei Guardiani arrugginiti, i resti delle città e delle costruzioni dilaniate, i villaggi semi distrutti, così come quelli ancora pieni di vita come Finterra, Calbarico e la zona di Akkala, o il Daccapo per chi ha completato tutta la quest, dei piccoli baluardi di normalità tra una distesa di solitudine e l’altra.

Il tema della Morte dei personaggi nei videogiochi è spesso bistrattato, perché dopo ogni “game over” c’è sempre un “continua”, oppure talmente sovraesposto da risultare quasi ridicolo o poco influente come nei soulslike, dove il tema è parte del marketing e dell’immagine del prodotto. La Morte in Breath of the Wild è invece presente e, seppur non manifesta come in altre produzioni, ne è forse l’incarnazione più ingombrante mai vista in un videogioco, perché non se ne va mai. La Calamità Ganon è una malattia incurabile nel sangue del popolo di Hyrule, così come in quello del giocatore.

In tutta questa malinconia e tristezza, la principessa Zelda splende come il sole, lo stesso che qualcun altro, altrove, “loderebbe” con poca convinzione. Trovo che Zelda, una volta calato il sipario, sia la vera protagonista di Breath of the Wild, il Samvise Gamgee di Nintendo.

Salva Link in punto di morte, ed è lei a tenere a bada Ganon per cento anni nell’attesa che l’eroe si desti di nuovo, come sempre, come ogni volta da 30 anni a questa parte. La cerchiamo, ne viviamo i ricordi, ne scopriamo il carattere, condividiamo i suoi sogni, la sua paura di non essere all’altezza del ruolo che le viene imposto. Ed infine ne condividiamo il fallimento quando, completamente distrutta dagli eventi, Zelda si abbandona allo sconforto.

Breath of the Wild
Il climax della caratterizzazione di Zelda.

“Sono tutti morti, ed è colpa mia”, queste le parole della principessa strozzate in gola, prima di gettarsi in lacrime tra le braccia della sua guardia personale, quel Link per cui prova ben più di un sentimento di amicizia, come scopriamo nel diario di cui sopra.

Zelda non urla, lo sconforto è talmente tanto che si percepisce come le lacrime possano essere anche superflue, perché la Morte sopraggiunta nel regno è palese. L’eleganza, in ogni momento, anche nel finale che regala un ultimo primo piano della Principessa Serena, il bel fiore che più volte abbiamo raccolto e cucinato nel corso dell’avventura.

L’ultima consolazione in mezzo alla Morte sovrana anche dopo i titoli di coda, la speranza che Zelda ora sia tutto sommato serena, e che abbia la forza di ricominciare forte del suo nuovo ruolo.

Magari proprio in uno dei prossimi DLC in arrivo, quella “nuova storia” che Nintendo vorrà raccontare a fine anno, che sarebbe bellissimo e non del tutto improbabile fosse nei panni proprio della vera protagonista della Leggenda.