Come abbiamo avuto modo di approfondire nei precedenti speciali dedicati al nostro gioco del mese, i Phantom Thieves of Hearts sono capaci di evocare la rappresentazione fisica della propria natura interiore all'interno del Metaverso.

L’influenza del suddetto universo parallelo sui protagonisti dell’avventura intacca, però, anche l’aspetto esteriore dei Ladri Fantasma, andando ad attivare un processo di mutamento stilistico che non per caso si manifesta per la prima volta proprio nel momento in cui i diversi personaggi riescono a richiamare e a governare le rispettive Persona.

Nelle suggestive sequenze animate che fanno da spartiacque nella vita dei giovani protagonisti, iniziandoli d’un tratto alla pericolosa vita dei Phantom Thieves of Hearts, assistiamo dunque all'improvvisa trasformazione degli abiti loro indosso e alla disturbante, quasi diabolica comparsa di un’appariscente maschera sui loro volti.

Nonostante queste abbiano l’elegante e scanzonato aspetto delle variopinte creazioni carnevalesche che tutti noi avremo indossato almeno una volta nella vita, il tema della maschera nella mastodontica produzione Atlus è in realtà l’elemento che più di ogni altro poggia le proprie profonde radici nella ricca tradizione religioso-culturale propria della classicità giapponese.

Ann in realtà sarebbe semplicemente una omote di Carmen.

Dai rituali al teatro Nō

Nella millenaria storia del Sol Levante, quello di “kamen” (maschera) è infatti un concetto che accompagna da secoli la vita del popolo in un ambiguo rapporto di venerazione, repulsione e scanzonata goliardia, fondendo, allo stesso tempo, i mondi del sacro e del profano in un legame ancor più controverso.

Nell'immaginario collettivo occidentale la maschera ha come scopo primario quello di nascondere, di occultare il volto di chi l’indossa rendendone impossibile l’identificazione, trasformando così l’uno in nessuno. Di contro, in Giappone, nonostante questa funzione sia naturalmente riconosciuta e sfruttata, il peculiare accessorio assolve storicamente il compito di mutare l’uno in qualcuno, o in qualcosa, di diverso.

L’origine di tale concezione è da riscontrarsi nell'arcaico utilizzo della maschera come recipiente per il divino, quando nelle antiche comunità venivano praticati i rituali di possessione esoterica per invocare i “kami” (divinità), che utilizzando l’oggetto in questione come strumento di connessione con il mondo terreno, esplicavano le loro volontà al popolo adorante, che spesso era a sua volta parte attiva del processo rituale per mezzo di codificate danze di gruppo.

Proprio le ritmate movenze protagoniste di queste cerimonie, unite all'utilizzo delle maschere come ricettacolo di anime sono, una volta traslate a nuovo contesto, le protagoniste di una delle forme d’intrattenimento più tipiche del Sol Levante: il teatro Nō.

Gli attori che si dedicano a questa forma d’espressione artistica, ancora oggi molto amata e seguita, considerano le “omote” (letteralmente “facciata”, tipica denominazione delle maschere Nō) come le effettive dimore degli spiriti dei personaggi che rappresentano. Il teatrante in scena non recita dunque realmente una parte, ma si abbandona alla possessione dell’anima residente nelle omote, che diventa così la reale protagonista dello spettacolo.

persona 5
Qual è la tua maschera?

Le maschere dell’anima

Alla luce di questo spaccato di cultura orientale, risulta dunque evidente come le “kamen” che i Ladri Fantasma indossano nel Metaverso rappresentino la riproposizione in chiave videoludica della tradizione rituale e teatrale giapponese.

Nel momento della trasformazione, i protagonisti di Persona 5 subiscono infatti, oltre a un cambiamento estetico, una mutazione anche spirituale che porta a galla e rende dominante la loro personalità più limpida e profonda.

La maschera che compare sui loro volti diventa così il ricettacolo del loro spirito combattivo, che si impossessa dei loro corpi e prende il controllo nel momento del bisogno. Come se un arcaico rituale shintoista avesse trovato la sua nuova dimora in un immaginario universo virtuale.

Il processo di reinterpretazione del concetto di maschera nella classicità giapponese all'interno del gioco diventa poi ancor più evidente analizzando il potere speciale che la “kamen” del protagonista porta con sé.

Mentre gli altri membri dei Phantom Thieves of Hearts riescono a controllare esclusivamente la propria Persona, il nuovo arrivato alla Shujin Academy di Tokyo possiede infatti l’abilità di arruolare le entità contro cui combatte, che vengono esplicitamente assorbite dalla maschera per poter essere poi evocate e utilizzate al nostro fianco in battaglia, oltre che potenziate e fuse tra loro.

Mai sottovalutare l'importanza delle fasi talk: gli intermezzi Kyōgen insegnano.

Velvet Room e Persona

Per portare correttamente a termine l’operazione d’assorbimento del nemico, però, è necessario innanzitutto soddisfare dei prerequisiti. In primo luogo è fondamentale individuare e colpire la debolezza dell’avversario per attivare la modalità “hold up” mentre, secondariamente, dovremo selezionare l’opzione “talk” e a questo punto ci troveremo a dover sostenere uno scambio di battute con la Persona di turno che, se convintasi della bontà delle nostre risposte, si lascerà assorbire dalla maschera.

Proprio queste conversazioni, spesso divertenti e surreali, tenute tra l’io del protagonista affetto dall'influenza della maschera e gli strani esseri che popolano il Metaverso, strizzano costantemente l’occhio a un’altra nota forma teatrale giapponese che fa proprio dei personaggi e delle circostanza buffe e spassose la sua caratteristica principale: il teatro Kyōgen.

Questa forma d’espressione artistica nasce come fase d’intermezzo comico nelle rappresentazioni Nō, atta a rallegrare il pubblico e ad alleggerire l’impegnativa narrazione di stampo drammatico di quest’ultimo.

Allo stesso modo nei combattimenti dei Ladri Fantasma, le fasi “talk” si inseriscono nello scacchiere tattico del combat system spezzando il concentrato scambio di mosse delle due parti in causa, e fornendo al giocatore l’occasione di allentare momentaneamente la tensione.

Come gli intermezzi Kyōgen erano fondamentali per godere a pieno della drammaticità delle opere Nō, così anche le fasi “talk” sono di vitale importanza nell'economia del sistema di combattimento sviluppato da P Studio, divenendo spesso il cardine su cui costruire la strategia d’attacco.

Persona 5
Semplici studenti? Persona 5 è un gioco più profondo di quanto si creda.

Giocare con il classicismo nipponico

Come abbiamo potuto dunque constatare, le influenze artistico-religiose della tradizione classica giapponese sono ben consolidate nell'anima ludica di Persona 5.

I talentuosi creativi di Atlus riescono, attraverso l’ingegnoso sfruttamento del concetto di maschera, a reinterpretare in linguaggio videoludico alcune delle tematiche esoteriche più profondamente radicate nella storia spirituale del paese asiatico.

Allo stesso tempo, viene riadattata quella forma d’intrattenimento classica che già era legata a doppio filo con la religione shintoista (che a sua volta, a partire dal VI° secolo, venne influenzata dal credo buddhista).

Ci troviamo, dunque, d’innanzi all'ennesima dimostrazione della straordinaria profondità contenutistica del capolavoro P Studio, un’opera che dalle caratteristiche portanti fino al più insignificante dettaglio, nasconde una ponderata componente artistica che ha pochi eguali nel panorama videoludico moderno.