Uno spettacolo chiamato Ghost Stories è andato in scena a Londra dal 2010 all'inizio del 2015. Un teatro horror dal vivo, per ottanta minuti, senza interruzioni. Una di quelle esperienze da non spoilerare, in caso in cui qualcuno volesse andare a vederlo in futuro. I momenti peggiori in Ghost Stories non erano i jump scare, ma ciò che li anticipava. Momenti soffusi in cui c’era la costante e soffocante sensazione che stesse per accadere qualcosa di terribile.

Ghost Stories è stato scritto da Jeremy Dyson, il quarto e solitamente invisibile membro della League of Gentlemen, e da Andy Nyman, il mago/attore che spesso partecipa alla creazione degli spettacoli di Derren Brown. Se non me l’avessero detto non me ne sarei accorta, ma quei momenti di tensione inesorabili erano accompagnati – o forse creati – da un costante basso nelle casse.

Get Even, che è stato scritto dalle stesse persone che hanno lavorato con Derren Brown, sfrutta lo stesso principio. Nell'anteprima ho passato gran parte del tempo ad esplorare: esplorare edifici abbandonati, esplorare orribili e riqualificati ospedali psichiatrici, esplorare i ricordi di un oscuro passato.

Il lavoro fatto con il sonoro funziona alla perfezione: i passi rimbombano rumorosamente, le porte scricchiolano, i cavi crepitano. Le stanze vuote con le finestre rotte danno un senso di freddo. Ad intervalli più o meno regolari c’è un rumore di basso, che diventa sempre più forte. Di certo, come suggerirebbe il rumore, sarebbe stupido attraversare quella porta, dato che potrebbe accadere qualcosa di terribile! E poi, alquanto spesso, non accade nulla. Magari c’è qualche luce tremolante, o una guardia che sta impalata a fumare.

Get Even
Jump scare in arrivo?

L’anteprima di Get Even aveva questo pattern ciclico di tensione-calma, che mi ha tenuta costantemente all’erta ma senza darmi una vera e propria scarica di adrenalina. Non faceva paura ma dava un senso di inquietudine, che, per certi versi, è peggio della paura.

Black, il personaggio giocabile, sembra allo stesso modo agitato. Respira, nelle nostre orecchie, in modo affannato ed irregolare e, come un tormentato Sean Bean, gracchia “Dove diavolo sono e perché diavolo sono armato?”.

In effetti Black, perché? Effettivamente sarebbe sbagliato considerare Get Even un FPS. Tecnicamente si gioca in prima persona e si può sparare a delle cose con delle armi, ma svuotare un caricatore addosso a qualcuno non dà una buona sensazione.

Black è dotato di un improbabile CornerShot, che gli da là possibilità di sparare da dietro gli angoli, ma credo sia più utile come periscopio, per guardarsi intorno senza esporsi. Mirare e sparare, ad ogni modo, davano entrambi una sensazione di scarsa precisione. Sgattaiolare sembrava l’opzione migliore.

Get Even
Perché darsi tanta pena quando si può sgattaiolare via?

Black ha dei problemi a ricordare qualche evento del suo passato. Grazie a Dio, però, ha ancora con sé il suo telefono, che funziona come scanner, telecamera ad infrarossi, mappa e come lampada UV, tutto compreso (anche se il dover navigare tra tutte queste applicazioni per risolvere dei puzzle è stato un po’ frustrante e quasi una perdita di tempo).

Grazie a ciò, ad una misteriosa persona di nome Red che appare soltanto sui televisori e uno strano aggeggio attaccato alla sua testa, Black è capace di esplorare e di rivivere i propri ricordi. Quasi come se Saw e The Butterfly Effect facessero un figlio.

Ma Black soffre di molti momenti vuoti e nella prima oretta e mezza non sarete sicuri se quello che sta accadendo sia reale o meno. Una patina di dubbio retroattiva viene stesa sugli eventi precedenti: erano ricordi? Un’allucinazione? È successo davvero?

Get Even dà l’impressione di essere un gioco in cui non ci si può fidare dei propri sensi. A volte quegli opprimenti rumori di basso vengono interrotti da rumorosi sferragliamenti, che in un primo momento avevo associato al suono prodotto da una chiave che girava in una serratura, ma poi mi son resa conto che erano i lenti e solenni rintocchi di un orologio. Qualche volta Black viene tormentato dalla voce di una ragazza. Non ho ben capito se lui l’abbia salvata o non ci sia riuscito.

Get Even
Cosa è reale? E cosa, invece, non lo è?

Quel poco di storia che ho vissuto mi è bastato per spingermi a voler finire Get Even. Voglio sapere cosa succederà (e cosa è successo) a Black. Ma ho anche letto il Codice Da Vinci, un testamento di 600 pagine, simbolo di quanto possano venir mal raccontante delle buone storie.

Per essere un grande gioco, come prodotto finale, Get Even avrà bisogno di più che di semplici corridoi sotterranei ed un manicomio fatiscente. Visto un veterano affetto da amnesia in una cella che parla da solo, visti tutti, e la meccanica di usare i ricordi è un’ottima scusa per andare in posti interessanti.

Stranamente nel gioco completo si potrà impersonare anche Red. Spero tanto che ci sia una sequenza di gioco in cui fisserete una maschera della memoria high tech, una sorta di McGuffin, sul volto di un uomo ignaro. Il tutto accompagnato dal suono di viti che si fanno strada nella testa di un uomo. E, ovviamente, da un profondo suono di basso.