Troppo facile fare di tutt'erba un fascio ma la verità, cari lettori, è che gran parte di voi è gente repressa e violenta, un manipolo di ragazzini la cui voce è amplificata dalla potenza della rete ma ignorata nel mondo reale, l'opposto di quella scrivania e di quel monitor che dandovi l'illusione dell'accettazione social(e) vi ingiallisce la pelle.

Ne è la prova l'ennesimo caso di violenza che vede protagonista un gamer: in Cina, ve ne abbiamo parlato qualche ora fa, un giocatore frustrato dalle critiche del suo "superiore" su League of Legends è sceso in strada e, armato di mannaia, si è diretto all'internet cafè dal quale questi pontificava. Con intenzioni, chiaramente, a dir poco bellicose. Ma la prospettiva della vittima è troppo comoda, troppo facile.

C'è una giustizia lì in Asia, che giudicherà, appunto, chi avrà torto e chi ragione (abbastanza palese) sul piano legale; ma qui in rete, pubblicamente, permettetemi di separare i buoni dai cattivi. Perché qualcuno che pensa di poter umiliare o sbeffeggiare o persino danneggiare psicologicamente coi modi del bullismo, beh, è quel qualcuno il colpevole: colpevole di stare distruggendo il mondo dei videogiochi.

C'entra poco l'eSport, c'entra poco la deriva sociologica che sta annientando decine di migliaia di vite a suon di ore buttate - letteralmente: è evidente che dopo un tot di ore il divertimento cessi d'esistere - davanti a MMO scadenti e fenomeni videoludici da baraccone che in Occidente non conosceremo mai.

C'entra il comportamento delle persone: c'entra il fatto che, senza regolamenti e autorità che li facciano rispettare, gli esseri umani si sentano completamente cani sciolti, liberi di esercitare il frutto della loro forza - spesso la coercizione di quelli che loro ritengono più deboli. Già, perché la forza è una condizione mentale e cosa meglio di Internet è in grado al giorno d'oggi di dare l'illusione di esserne investiti. Persino in questo momento, su TMAG.it, voi che leggete state riconoscendo la mia autorevolezza, pur non avendomi mai incontrato o scambiato due chiacchiere con me per capire se meriti davvero il vostro rispetto.

Potrei stare scrivendo un mucchio di cazzate ma la condizione stessa di farlo mi rende capobranco, opinion leader come si chiama oggi, esposto alle critiche di chi non riconosce questa condizione - tendenzialmente quelli che usano la rete per spalare merda su qualunque altra cosa si muova o respiri - o al dialogo di quanti amano ciò di cui parlano e vogliono capirne, insieme, di più.

Capite bene, allora, che alla prima schiera appartengano i violenti: gli uomini e le donne che non parlano di determinati argomenti sul Corriere della Sera o su TMAG.it non perché non ne siano in grado, ma semplicemente perché non vogliono farlo o non verrebbero compresi da un pubblico così poco raffinato. Quelli che su League of Legends, anziché spiegare "le regole del gioco" a un nuovo arrivato, lo mortificano non tanto perché non le conosce, quanto per dimostrare a sé stessi e al loro gruppetto di sudditi di essere i numero uno. Questo non rientra più nella sfera dei videogiochi, questo è puro e ingiustificato spirito di sopravvivenza, e la rete è la giungla di questi signori.

Alla seconda schiera, purtroppo, appartengono quelli che giocano corretto, sono leali, affabili e accolgono il parere altrui come la parola di un fratello, un individuo del quale condividono la passione e con cui possono anche non essere d'accordo - ma sempre nel rispetto dovuto a chi s'intrattiene con lo stesso hobby o fa parte, in senso più ampio, della medesima comunità. Non è fair play, è in qualche modo cameratismo, è lo stesso meccanismo che si instaura quando sentiamo dire "Call of Duty ha reso violento il ragazzino che ha sparato a decine di persone in quella scuola" al TG2 e proviamo - tutti - disgusto.

È da quella nausea, allora, che bisogna partire. E da gesti anche forti come quelli di Riot, che tempo addietro, da buon e tardivo legislatore, sospese le chat di League of Legends per impedire a quattro coglioni di rovinare il gioco di milioni. Segnali che devono arrivare soprattutto da chi ha contribuito a rendere i videogiochi la giungla senza regole e controlli che spesso sono oggi.

Altrimenti sarà il mondo del single-player, povero di entrate e poverissimo di uscite, incapace di alimentare la sua stessa crescita e destinato a tornare all'oblio degli anni '80. All'isolamento degli individui. Meno mannaie, meno divertimento.